apericena Chico Malo venerdì 17 maggio‏

 


Venerdì 17 Maggio il Centro di Quartiere Chico Malo organizza presso ilTeatrofficinaRefugio, scali del Refugio 8:

Serata benefit per le spese legali per i processi al movimento NO TAV

Dalle ore 20

Aperitivo-cena e buffet musicale con il Coro Garibaldi d'Assalto - canti di lotta con Pardo Fornaciari


alle ore 21.30


Dibattito su Movimento NO TAV e repressione - ne parliamo con Antonio Ginetti autore del libro "Per la conquista della libertà" - Cronaca dell'esperienza di un militante coinvolto suo malgrado nell'inchiesta per la criminalizzazione del Movimento NO TAV



a seguire

musica con i COMPAGNI CUGI DJ

 
Il Quartiere numero 36 (Marzo - Aprile)

 

 

Clicca e scarica le pagine de Il Quartiere n° 36:

 

 

 
dal Quartiere n° 36 - 25 aprile – 1° maggio in Fortezza Nuova La storia dei festeggiamenti e delle denunce

 

 

 

E’ ormai una tradizione consolidata quella di festeggiare le date che vanno dal 25 aprile al 1° maggio all’interno della Fortezza Nuova.
Eppure è dal 2008 che il parco più bello e grande della città è stato chiuso dall’amministrazione comunale per motivi di inagibilità e sicurezza.
I lavori per metterla a norma e riaprirla, non si sa quando sono iniziati e quando finiranno. Non parliamo solo della Sala degli Archi, ma dell’intero parco. Inoltre si sono sprecate le dichiarazioni del Sindaco che lamentava la mancanza di fondi di finanziamento per i lavori e faceva intendere la possibilità di affidare la gestione ad un privato. Noi ci siamo sempre opposti a quest’ultima ipotesi perché quello è un parco pubblico e tale deve rimanere: gratuito e accessibile a tutti. Anzi noi abbiamo proposto più volte che diventasse un parco attrezzato con strutture fisse a disposizione di chiunque ne facesse richiesta, inserendolo in una proposta del “progetto” cosiddetto partecipativo Pensiamo in Grande.
Nonostante i lavori per riaprirla e metterla a norma vadano molto a rilento, ogni anno la Fortezza è stata riaperta e pulita a cavallo del 25 aprile e del primo maggio, da gruppi di giovani dei Centri Sociali, dei sindacati di base, associazioni e singoli cittadini.
Anche noi abbiamo partecipato a queste iniziative, che hanno visto dal 2001 in poi organizzare giornate di festa, riflessioni, commemorazioni e dibattiti.
Queste date che vengono festeggiate in ogni città d’Italia con feste paesane, nella nostra città sono completamente dimenticate, soprattutto il primo maggio.
Negli anni abbiamo provato a chiedere autorizzazioni formali per l’uso del parco per ricordare queste importanti date, ma le risposte sono sempre state negative o sono state fatte richieste assurde. Il tutto si svolgeva quindi sempre in un regime di occupazione teso anche alla sensibilizzazione e alla richiesta di riapertura della Fortezza. La stessa festa di Liberazione organizzata anni fa in fortezza non aveva alcuna autorizzazione. Con un silenzio assenso si lasciava che si svolgessero tali celebrazioni senza che nessuno se ne assumesse la responsabilità.
Solo nel 2009 i movimenti hanno avuto l’autorizzazione ad organizzare un’iniziativa di 10 giorni sul prato esterno. Il risultato è stato di 4 multe da 1.000 euro a carico degli organizzatori che dopo un ricorso sono state annullate dal giudice. A ciò si è aggiunto un decreto penale di condanna a chi aveva firmato i fogli per la richiesta di autorizzazione.
La beffa più grossa è arrivata quest’anno e fa riferimento alla festa in Fortezza del 2010: ben 20 decreti penali di condanna di 5.100 euro ciascuno per un totale di oltre 100.000 euro!!!! Ci sembra veramente paradossale che in questa città non si possano festeggiare due date importanti come il 25 Aprile e il 1° Maggio e che la Fortezza rimanga inaccessibile ai cittadini. Ovviamente le persone colpite da questi provvedimenti faranno ricorso poiché non è possibile essere condannati ingiustamente e senza motivo, senza neanche aver subito un processo.
In questi giorni sui giornali si parla di una riapertura della Sala degli Archi, speriamo sia il primo passo per poter usufruire nuovamente di quegli spazi pubblici. Anche quest’anno le celebrazioni si svolgeranno all’interno della Fortezza con l’organizzazione di dibattiti, momenti di festa e riflessione dal 25 al 28 Aprile.**

**si è deciso di svolgerli all'ex caserma occupata , visto che in quei giorni era prevista l'inaugurazione della sala degli archi

 

 
dal Quartiere n° 36 - 25 aprile 1945 : LA LIBERAZIONE ! Revisionismo storico e memoria storica

 

 

Il revisionismo storico è un'illegittima manipolazione della storia per scopi politici, e negli ultimi venti anni ha preso sempre più piede, diventando pratica non solo della destra fascista, ma purtroppo anche di una sinistra moderata e democratica nata nella “seconda repubblica”, e avviata a distruggere lo stato sociale e la Costituzione nata dalla Resistenza partigiana. Tutto nell’ottica di una demagogica e un’improbabile riappacificazione col passato, tra vinti e vincitori, tra vittime e carnefici.

Il caso forse più famoso in Italia è quello di Giampaolo Pansa, giornalista, ex partigiano, che col nuovo millennio passa all’estrema destra dei negazionisti, più che dei revisionisti. Il suo libro più famoso in quest’ottica è Il sangue dei vinti pubblicato nel 2003, che racconta degli anni subito successivi la Liberazione in cui molti ex-fascisti riciclati furono giustiziati da ex partigiani (e non solo). Vittime, secondo l’autore, che però ben si guarda di raccontare cosa avevano fatto queste “vittime” quando erano al potere.
Il revisionismo storico tende a non contestualizzare i fatti di cui si parla, ma dà un’interpretazione per lo più emotiva.

E’ bene quindi ricordare sempre che la Resistenza fu un moto di popolo, frutto di una reazione spontanea e largamente diffusa. Ebbe molte forme, non solo quella dei partigiani sulle montagne; resistenti furono anche i civili che li aiutarono, i militari che passarono alla Resistenza dopo l’ 8 settembre 1943, e i prigionieri di guerra che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò.
E’ bene ricordarlo in questo mese di aprile, dedicato alle celebrazioni della Resistenza, di stare sempre attenti ad un revisionismo storico che mira a riscriverla sui bisogni dei nuovi potenti . La storia è un’azione di ricostruzione lenta e paziente, va arricchita ogni giorno di nuovi approfondimenti, di nuove testimonianze; ma ciò non ha nulla a che vedere con un improponibile revisionismo e con una riscrittura che stravolge il corso degli eventi. Per questo è importante celebrare il 25 aprile, anniversario della Liberazione.

I valori della Resistenza e dell’antifascismo sono le fondamenta della Costituzione italiana.
E la memoria dell’orrore della guerra, e della dittatura fascista è un patrimonio comune di tutti . La Resistenza è uno dei tasselli cruciali dell’idea nazionale; non un mito da sfatare, né il vessillo di una fazione, bensì la reazione delle coscienze alla sfida contro i valori e la dignità dell’uomo.
La Resistenza è composta da chi prese le armi in pugno, partigiani, soldati, militari che seguirono l’impulso della propria coscienza; ma anche da gente comune, cittadini che aiutarono e soccorsero feriti, fuggiaschi, combattenti, esponendosi a rischi elevati; e anche da coloro che furono  prigionieri nei campi di concentramento in Germania , e chi rifiutò di collaborare con i nazi-fascisti.

Il lavoro della memoria presuppone la giustizia, non per spirito di vendetta, ma per riaffermare i fondamenti della nostra storia.
Il problema più grosso è che in Italia non esiste una memoria condivisa, perché non c’è mai stato un taglio netto col passato, una “epurazione” di tutti quelli che avevano sostenuto il regime fascista. L’amnistia di Togliatti nel 1948 libera molti criminali di guerra e li ricicla nelle istituzioni. I giudici dei tribunali e delle corti rimangono gli stessi dell’epoca fascista, e quindi perseguitano i “reati” dei partigiani molto di più dei crimini fascisti. Persino i questori e i prefetti rimangono gli stessi in molti casi.

E nel 1946 nasce il Movimento Sociale Italiano, fatto sconcertante in quanto per la nostra Costituzione era reato costituire un nuovo partito fascista. Come ricorda una scritta fatta sul muro della Fortezza Nuova molti anni fa e che nonostante i restauri e il tempo riaffiora sempre : “MSI fuorilegge”…

 

 
dal Quartiere n° 36 - 20 anni dall’omicidio di Maurizio Tortorici

 

 

Una scritta in via Palestro

 

Sono ormai passati 20 anni da quel 20 aprile del 1993 quando il poliziotto livornese Flavio Pontanari uccise a Livorno, con un colpo di pistola all’addome, Maurizio Tortorici, caduto dalla moto, dopo che non si era fermato all’alt della polizia. I mezzi di informazione indipendenti che oggi hanno dato risalto a molti casi simili, come quello di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi (per citarne solo alcuni), in quegli anni non esistevano, come del resto non esisteva internet. Ci sembra interessante ricordare il grave episodio inserendolo nel contesto di quegli anni attraverso un articolo uscito su Senza Soste nel 2007 e attraverso una lettera di un compagno che ci ha scritto il suo accorato ricordo di quei giorni.

 

Lettera di un Compagno:

Quando penso a Maurizio Tortorici, lo faccio sempre con lo spirito di allora: dai miei 18 anni e dai suoi 22. Avevamo condiviso senza saperlo quel viaggio a Sanremo dietro agli amaranto: c’era probabilmente anche lui tra coloro che nella piazza principale della sfiorita città del Festival si schiantava dalle risate vendendo i 100 metri delle aragoste che qualche livornese aveva acchiappato in un acquario di un ristorante. Erano, se non ricordo male, gli anni di Carl Lewis e Ben Johnson,  e noi crescevamo tra le occupazioni delle scuole e la costruzione parallela di un nuovo spazio sociale, esterno però interno a un movimento studentesco che reggeva il peso generazionale di produrre conflitti sul territorio. C’era venuto sul groppone il muro di Berlino e, cosa che non cessava di sembrarci impossibile, Livorno iniziava a vivere il problema della morte ergendosi in un breve lasso di tempo tra le prime città italiane per numero di suicidi. Iniziavano a morire in molti, suicidati dal tremendo freddo degli anni novanta.
Mentre nel Centro sociale Godzilla si traduceva uno dei corsi di Michel Foucault al Collége de France e ci si preparava a una lunga stagione di occupazioni, Gianfranco Lamberti faceva lo sceriffo della città disseminando quote sempre più potenti di autoritarismo menscevico. Nelle scuole superiori si respirava l’aria del post Pantera, non il gruppo hardcore, che comunque era disceso in Italia dopo aver registrato Light comes out of black, condividendo palco con Iron Maiden e Black Sabbath; no, il post-Pantera era quel movimento studentesco che ebbe la forza della disperazione di nascere in parallelo all’ascesa di Berlusconi. Si facevano  una quantità immense di assemblee: era la stagione delle assemblee permanenti e della costituzione del Movimento Spazi Sociali.
L’aprile del 1993 mi prende nella tana delle tigri del Liceo scientifico Enriques: un covo di professori tutti protesi a tappare i bui di una città che perdeva acqua. Ci educavano alla democrazia però guai mettere in discussione la loro autorità: ti portavano in tribunale, o permettevano alla questura di svolgere indagini sui “rappresentanti del movimento studentesco”. Era un liceo comandato da un plotone d’esecuzione, tra i quali spiccavano la vicesindaco e un filotto di pensatori del nulla, gente sconfitta dalla storia e in cerca di capri espiatori per sopravvivere a se stessi. È lì dove si cristallizza il ricordo di quando quel cane in divisa spara all’addome di Maurizio Tortorici.
La notizia arrivò il pomeriggio e per la notte avevamo pronto uno striscione indispensabile per sfidare il giorno dopo il “niet” della vicepreside-vicesindaco di svolgere un’assemblea spontanea. Lo striscione fece da detonante e quasi la totalità degli studenti si diresse nel cortile interno dell’Enriques per discutere che fare dopo quell’omicidio di Stato. Si discusse molto, c’era chi chiedeva giustizia immediata e chi invece era per una manifestazione pacifica. I gerarchi dell’Enriques ci convocarono: ricordo ancora la vice-vice che mi disse che ci lasciavano svolgere l’assemblea a patto che il giorno del funerale non si convocasse lo sciopero. Le andò male.
Il pomeriggio svolgemmo una riunione al prato della fortezza vecchia: ci sedemmo con compagni e compagne più grandi di noi, sapevamo che erano quelli di Villa Sansoni e avevano chiaro che la manifestazione doveva portarci dentro la Questura e occuparla. I Figli della stessa rabbia risposero: migliaia di studenti e di persone incazzate cinsero d’assedio la Questura. Se non fosse stato per la volontà della famiglia Tortorici, che ci chiese di non fare nessuna azione violenta, immagino la Questura avvolta nel fumo , o qualcosa di più.
Per chi come me diventava maggiorenne e iniziava il lento e faticoso cammino della militanza, l’omicidio di Tortorici significò oltrepassare la soglia di tolleranza verso qualsiasi divisa. Si diventava grandi e in tempi non sospetti, quando ancora non c’era bisogno di etichettare le nostre passioni con la sigla ACAB, ci si spalancarono gli occhi sui soprusi delle forze dell’ordine.
E no, Maurizio Tortorici non lo dimentichiamo. Né lui né gli assassini in uniforme che ancora minacciano le nostre vite.
Dario
Articolo uscito su Senza Soste il 19 maggio 2007 :

Aprile 1993, Livorno è in piena crisi occupazionale. Dalla Borma al Cantiere è cassa integrazione. La politica parla di nuove aree produttive e di porto turistico. I familiari del Moby Prince chiedono ancora verità. Il Livorno del patron Achilli e Lady Giusy milita nei Dilettanti. Ma è comunque Livornomania: la squadra di Zoratti è in piena corsa promozione. Domenica 18 vince in trasferta a Sanremo e si porta ad un punto dalla capolista Vogherese. Segnano Campistri e Moschetti, doppietta, per la gioia dei mille tifosi al seguito. Tra quei mille c'è anche un giovane meccanico di 22 anni, con la passione per la moto, Maurizio Tortorici. Un ragazzo responsabile e ben voluto.
Lo conoscono un po' tutti, abita nel quartiere San Marco, in via Tranquilli. Una via che gli si addice: per la gente è il classico bravo bimbo. È martedì 20. Da giorni Maurizio sta lavorando ad una moto, una Kawasaki X 250. Verso le 13,15 esce di casa: è ansioso di provarla. Passa da via Solferino, al Bar Danila, dove è solito fermarsi, con lui un amico. Prendono via Salvatore Orlando, l'amico si ferma alle Officine Lami, Maurizio prosegue il suo giro di prova, forse accelera, forse impenna. Su quel tratto è in servizio la Volante della Polizia Stradale comandata dal livornese Flavio Pontanari. Nel weekend i carabinieri hanno ritirato 5 patentini, 10 carte di circolazione e sequestrato 25 ciclomotori. Probabilmente Maurizio lo sa, come sa che la sua moto è senza assicurazione. Probabilmente pensa al padre, che ha problemi di salute: non vuole dargli pensieri, non vuole farlo agitare. Alla sprovvista viene colto da tutti questi pensieri. È un attimo, una scelta istintiva, dá gas. Parte l'inseguimento. Dal finestrino della Volante spunta una pistola. In piazzale Zara vengono esplosi due colpi. Una prima sbandata della moto, poi la svolta in via delle Cateratte. La strada si restringe, un camion gli viene incontro, Maurizio lo evita sterzando bruscamente ma perde il controllo, sbanda violentemente e cade. La moto si va ad incastrare nel guard-rail.
Sono circa le 14. Maurizio è a terra, stordito e sulle ginocchia.
Il poliziotto Pontanari, arma in pugno, scende dall'auto. Gli balza davanti, gli punta contro la Beretta ed esplode un colpo che colpisce Maurizio all'addome. Pontanari viene allontanato dal collega, la macchina viene circondata da una folla rabbiosa. Arrivano tre volanti, si fanno strada con pistole e mitragliette. Maurizio nel frattempo viene soccorso da un automobilista che lo porta all'ospedale. L'operazione finisce alle 17.30, così come la sua vita. Per i familiari e i molti amici accorsi è una tragedia immane, ma è tutta la città che si sente ferita.
Nella notte non mancano momenti di tensione davanti alla questura. Il giovedì successivo 5mila studenti scendono in piazza e convergono nuovamente alla questura dove protestano con un sit-in obbligando il Questore a scendere e dare spiegazioni. Allo stadio uno striscione per Maurizio fa il giro del campo. Un altro, Maurizio nel cuore della Nord è steso sopra lo striscione Fedayn.
Partono le indagini, si ipotizza l'omicidio volontario. Ma l'arma è difettosa. Passano 10 anni, Pontanari viene condannato per omicidio colposo. Fa circa due anni, poi la pena è sospesa. Torna a lavorare, prima a Viareggio poi alla questura di Lucca come impiegato civile.
Intanto lo Stato vuole da lui i soldi che ha dovuto risarcire alla famiglia Tortorici. Il Tirreno ne racconta il dramma. In una clamorosa intervista il povero omicida accusa la Polizia stessa di mobbing nei suoi confronti. La mattina del 7 febbraio 2006 sale sul tetto del Tribunale di Viareggio e minaccia di buttarsi di sotto. Si dice disperato perché deve pagare allo Stato 125mila euro. Il giorno dopo Stefania Tortorici, sorella di Maurizio, legge la notizia e scrive immediatamente una lettera: altro che soldi, dovrebbe sentirsi disperato per aver ucciso mio fratello.
Pontanari dice che da quel giorno la sua vita è diventata un inferno.
Ma è sempre la stessa storia, le solite lacrime di coccodrillo. Le armi in faccia continuano ad essere puntate lo stesso, difettose o meno che siano. Ed un brivido corre   sulla  schiena  a
ripensare  alle   parole, raccolte  dai  testimoni, che Maurizio, sanguinante, pronunciò sul selciato:  «Mi hanno sparato.   Non  ho  fatto niente. Muoio...».

 

 
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