dal Quartiere n° 18 - Violenza sulle donne: le mura domestiche sono più pericolose della strada PDF Stampa E-mail

 

 

 

Due brutti episodi accaduti nel nostro quartiere ci danno l'occasione per riflettere su questo complesso fenomeno e imparare tutti insieme a estirparne la radice: la visione della donna come oggetto di possesso e di "consumo

 

Negli ultimi mesi la stampa locale ha dato notizia di due fatti avvenuti nel nostro rione che vedono le donne vittime di violenze. Queste aggressioni in realtà sono solo la punta dell'iceberg della cosiddetta "violenza di genere", un fenomeno purtroppo molto diffuso ma spesso taciuto, che permea tutta la società senza distinzioni di classe, nazionalità o livello culturale.

 

Nel primo caso, un piccolo articolo del Tirreno del 30 maggio riporta la violenza subita da una ragazza livornese di 26 anni da parte di un italiano di mezza età in via della Campana. Nel secondo caso, invece, il giornale del 17 settembre da  largo spazio all'aggressione subita in Piazza Garibaldi da una donna nigeriana da parte di un uomo senegalese. In entrambi i casi la capacità delle vittime di reagire e difendersi le hanno salvate dall'abuso sessuale.

 

Si tratta di due episodi diversi tra loro, che seguono però un meccanismo comune: l'incapacità dell'uomo di relazionarsi con una persona accettando il suo rifiuto, seguita dal tentativo violento di prendere con la forza il suo corpo come se fosse una preda o un oggetto. I fatti, avvenuti casualmente all'aperto, li rendono più noti al pubblico, ma le violenze sulle donne sono quotidiane e spesso coperte da tabù. Alcuni dati ci aiuteranno a capire questo fenomeno e a combatterlo meglio. Come dicono tutti gli studi sul tema, tali abusi accadono soprattutto in famiglia, in casa, sul posto di lavoro, e nella stragrande maggioranza dei casi l'aggressore o lo stupratore è il partner, l'ex, o comunque una persona che si conosce bene.

 

Gli ultimi dati del Telefono Rosa ci dicono che l'80% degli atti violenti contro le donne sono frutto di relazioni sentimentali, mentre calano dell'1% le violenze compiute da sconosciuti. Il 44% delle donne che hanno subito uno stupro o un tentato stupro lo hanno subito in luoghi familiari, come la propria casa o quella di parenti o amici. Uno studio del 2008 fatto in Toscana ci informa che le violenze subite da sconosciuti sono solo il 7% del totale. A tal proposito, dice il rapporto del Centro Anti Violenza della Provincia di Livorno: "Appare qui lontana l’immagine che i giornali e le televisioni danno della violenza sulla donna, legata a eclatanti fatti di cronaca che insinuano la paura sociale dell’aggressione dallo sconosciuto per strada; questa è l’eccezione, peraltro abbastanza facile da denunciare perché ha un sostegno morale nell’opinione pubblica. La realtà della violenza di genere vive nella nostra società, nelle nostre famiglie; è una quotidianità di violenza che vive nelle maglie della nostra società moderna".
Sempre secondo il Telefono Rosa, la crisi lavorativa in atto produce una frustrazione che fa aumentare la tendenza alla violenza e fa arrivare al 12% il numero di persecutori disoccupati, mentre un 5% è vittima di percosse da appartenenti alle forze dell'ordine. In generale nel 61% dei casi i comportamenti violenti si consumano all'interno delle mura domestiche, ma il 30% delle donne straniere sostiene il verificarsi di essi anche in situazioni pubbliche; inoltre tra le straniere prevale la violenza fisica rispetto a quella psicologica. La donna immigrata si configura quindi come uno dei soggetti a rischio più fragili e meno tutelati.

 

Ma qual’è il contesto culturale e sociale in cui la violenza di genere trova il suo habitat naturale e persino la sua giustificazione? Ogni giorno, televisione e pubblicità bombardano adulti, ragazzi e bambini con immagini e messaggi in cui la donna è rappresentata come un corpo senz’anima, una specie di giocattolo da possedere ed esibire per spingere la gente a comprare l’ennesimo prodotto superfluo. L’avvenenza fisica diventa così sempre più spesso il primo parametro di valutazione di fronte alla presenza femminile. L’insicurezza individuale così generata produce in molte ragazze che si affacciano all’età adulta la piaga sociale dei disturbi dell’alimentazione (come l’anoressia), e altre manifestazioni psicosomatiche che esprimono un disagio molto profondo, che,  tra modelli sbagliati e isolamento, può avere conseguenze drammatiche.

 

Un altro tipo di violenza sulle donne è la costrizione alla prostituzione nelle sue molteplici forme. Del resto, viviamo in un paese in cui le istituzioni, invece di combattere queste derive culturali, le promuovono e ci giocano sopra: il velinismo, la prostituzione politica e carrieristica imperano nella società italiana come non mai. Come potrebbe essere altrimenti in un paese in cui il Presidente del Consiglio si vanta di essere un puttaniere, chiede all’Albania di mandarci solo le ragazze, offende le donne dell’opposizione per il loro aspetto fisico e riempie il parlamento di deputate e ministre scelte in base all’avvenenza e alla disponibilità sessuale?

 

Tutto questo crea un terreno fertile per qualche sciagurato che pensa di sentirsi così autorizzato a rubare un corpo femminile se non è in grado di comprarlo…, senza percepire la gravità del gesto, come se fosse un taccheggio al supermarket...

 

L’unica risposta possibile è l’unità di tutte le donne, che non devono arrendersi e assecondare  l’antica e radicata oppressione maschile, le discriminazioni di genere, l’assoggettamento culturale e familiare. Senza guardare alla nazionalità, alle differenze culturali o al ceto sociale, bisogna reagire e denunciare ogni tipo di aggressione, sia essa sociale, psicologica, verbale o fisica.

 

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