dal Quartiere n° 20 - L'angolo di Pardo...Giorgio Caproni : Ma chi le levava l’idea che bello era anche il suo Sant’Andrea? PDF Stampa E-mail

 

 

 

Giorgio Caproni (1912-1990),  tra i massimi poeti del Novecento italiano, era nato a Livorno, da cui era emigrato   a Genova a dieci-undici anni. S’era poi stabilito definitivamente a Roma dopo la guerra (dove lui combatté coi partigiani della Val Trompia). Nella capitale fece il maestro elementare, il traduttore, il poeta. I temi della sua poesia sono il viaggio, gli affetti familiari, le città della sua vita. Dieci anni a Livorno, dieci a Genova: «Genova di Livorno, andata senza ritorno». Il resto della vita  a Roma: ma la sua poesia delle città è tutta per le prime due. La capitale, non la amava, e la sferzò così: «Roma, enfasi e orina». La Livorno della sua infanzia, Caproni la mette in poesia con la nostalgia struggente che si produce negli occhi, e nel cuore, di un bambino che vien portato via dai luoghi dalle parole dagli affetti che lo circondano e lo fanno sentire amato, protetto come da un bozzolo rassicurante. E’ una Livorno rievocata, conosciuta più che altro attraverso i discorsi fatti la sera a tavola: il bimbo Caproni li ascolta li rielabora e li trasfigura, come nella poesia «Eppure» (dalla raccolta Il seme del piangere-Versi livornesi) in cui parla del matrimonio della madre, Anna Picchi.


Eppure, quanta mattina il giorno ch’era partita Annina! Ancora tutta da vivere e nel suo pieno ridere certo non era andata a nozze in Duomo con venti carrozze. Ma chi le levava l’idea che bello era anche il suo Sant’Andrea?


Branchi di ragazzetti scalzi e magri, col loro urlio (Annina tirava confetti a manciate) lo scampanio coprivano alzandole il cuore (e un polverone) nel sole In abito nero il suo Attilio andava anche lui in visibilio. Com’era bello aizzare, nel giorno!, quel raccattare.

 

C’era Genì e Guglielmina, Maria la Coscera, Chitì; Ada con o zio Arduino e, con lo zio Alceste, il Ciucci; c’era Decio, il Guarducci, Mentana con l’Angiolino (quello della Fiaschetteria Toscana, al Cavalcavia), e c’erano Pilade e Italia, Fedora con la Zicarola: tutti per lei dal Pallone (da Sant’Iacopo, dal Casone, dal Gigante e – anche! – da Torre del Boccale) venuti a Sant’Andrea a portare, coi fiori, quell’animazione. Per fare, a partire, più presto, nemmeno c’era stato il rinfresco. Che schiocchi di frusta per via di corsa verso la Ferrovia![…]


Felice in pieno giorno diceva addio a Livorno.Addio al Magazzino Cigni, ai Trotta, ai Pancaldi: addio alla Tazza d’Oro e ai caldi specchi, e addio ancora (Annina era rapita, correndo la sua intera vita) ai fitti applausi sgorgati dal cuore, all’Avvalorati. Addio ai valzer d’erba notturni, al Calambrone; addio dal Voltone alle barcate matte di ragazze, al tocco vocianti verso il Marzocco senza pagare lo scotto. […] Fu l’unica volta che Annina viaggiò col biglietto di Prima.


Ecco, una Livorno in buona parte ancora nostra: se si eccettuano l’Avvalorati, la Tazza d’oro e il Magazzino Cigni, nonostante gli sventramenti fascisti, le distruzioni della guerra e quelle della ricostruzione, i punti di riferimento son tutti lì a tenerci legati, con la pennellata vivissima di Anna Picchi Caproni che si sbraccia a buttar confetti dalla scalinata di Sant’Andrea, e i bimbi, di sotto, alla baruffa, per raccattarne quanto più possono.                             

Pardo Fornaciari

 

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