dal Quartiere n° 21 - El Chico Malo è diventato grande! Resoconto dei dibattiti durante l'inaugurazione PDF Stampa E-mail

 

 

Tra il 7 e il 9 gennaio si è svolta l’inaugurazione della nuova sede del Centro di Quartiere, una “tre giorni” che ha suscitato notevole interesse, e che ha visto  la presenza di decine di persone provenienti da tutta la città. Vista la grande partecipazione e la qualità degli interventi,  pubblichiamo in questo numero un reportage dei dibattiti.

 

Agostino Petrillo

Il dibattito di venerdì 7 nasce da alcune riflessioni che noi di El Chico Malo abbiamo affrontato osservando nel corso degli anni il nostro quartiere e i suoi problemi. Già da diverso tempo Livorno sta vivendo un profondo cambiamento, a causa della conversione delle attività produttive e delle scelte urbanistiche. Dopo la chiusura del Cantiere Navale e il rapido aggravarsi della crisi dell’industria, abbiamo assistito a un’enorme espansione della grande distribuzione commerciale e a imponenti operazioni immobiliari gestite da speculatori del mattone, rese possibili da varianti urbanistiche approvate dall’amministrazione comunale . Inoltre, la realizzazione di impianti nocivi per la salute e l’ambiente sta affiancando, secondo una logica incoerente, pseudo-interventi in direzione di un’auspicata quanto fumosa futura apertura al turismo.  I risultati di queste politiche sono davanti agli occhi di tutti: ogni giorno assistiamo, nel nostro rione come nel resto della città, all’esplosione dell’emergenza casa, all’impennata della cassa-integrazione, al tragico dilagare della disoccupazione giovanile e della precarietà lavorativa. Tra disservizi e abbandono dei quartieri popolari, la qualità della vita diminuisce, mentre cresce l’isolamento e il disagio sociale. Le piazze, le strade, le botteghe e i punti di ritrovo tradizionali si svuotano, perdendo così la propria indispensabile funzione di luoghi di socializzazione. Per queste ragioni,  abbiamo pensato di invitare Agostino Petrillo (docente di sociologia urbana al Politecnico di Milano) per parlarci dell’impatto sociale di queste violente trasformazioni sui quartieri popolari storici del centro cittadino. Capire cos’è successo in realtà simili alla nostra può aiutarci a trovare strumenti collettivi di autodifesa da promuovere attraverso la nostra attività di Centro di Quartiere.

Davanti a una saletta già stracolma di persone, Petrillo ha illustrato con chiarezza alcuni concetti importanti che tenteremo qui di riassumere. La conversione da città industriale a città di servizi comporta una riduzione delle attività economiche, che provoca sempre  una contrazione dell’occupazione: i nuovi posti di lavoro non rimpiazzano mai i vecchi. Altre conseguenze sono il calo demografico, la fuga dei cervelli e la presenza di spazi e immobili vuoti e inutilizzati, che prima ospitavano attività produttive; dinamiche che, tra l’altro, colpiscono prima e più duramente le città portuali rispetto alle altre. La crisi delle attività portuali provoca un fenomeno chiamato dualizzazione dei ceti urbani: i ceti medi si assottigliano, non sono più produttivi e si mantengono solo grazie a patrimoni pregressi; aumenta la disoccupazione anche per le mansioni dequalificate; i giovani si spostano nei quartieri periferici, contribuendo così allo svuotamento dei centri storici. Si parla invece di gentrificazione quando un pezzo di città viene “riqualificato” e i vecchi abitanti sono costretti ad andarsene, oppure vendono le proprie case per trasferirsi in periferia. Queste profonde trasformazioni economiche e urbane hanno inoltre forti conseguenze culturali: cancellando il mondo operaio, si distrugge anche un importante patrimonio di saperi e tradizioni.

I conflitti che scaturiscono da questi interventi imposti dall’alto vengono oggi gestiti dal potere attraverso la governance: una strategia di gestione dei problemi meno centralizzata e più demandata ai cittadini, che ha generato veri e propri  mostri, come il leghismo, le ronde, i comitati per la “sicurezza” ecc.  In realtà i gruppi razzisti che sorgono  in certe situazioni sono molto evanescenti, e dipendono molto dall’esistenza di una campagna mediatico-politica nazionale. Scompaiono rapidamente se trovano una risposta dalla politica di base, incentrata sulla presenza costante, il confronto reale e il radicamento.  Riguardo all’intervento culturale, dobbiamo stare in guarda dalle politiche di valorizzazione istituzionale della memoria urbana: chi decide che cosa deve essere ricordato e cosa no? Bisogna tener ben presente che la memoria è una facoltà attiva: chi la promuove ha sempre degli obiettivi di intervento sul presente. Ciò che abbiamo detto finora non deve però trascinarci in un’assurda nostalgia dell’industrialismo. Nelle città fordiste si vive e si è sempre vissuto molto male, tra quartieri dormitorio, inquinamento e sistemi di trasporto funzionali solo al luogo produttivo.   Dobbiamo invece ripensare completamente le città, immaginando e rivendicando spazi urbani con potenzialità maggiori.

Uno degli strumenti migliori per reagire a tutto questo è la creazione di  micro-progettualità dal basso, in contrapposizione ai grandi progetti di ristrutturazione calati dall’alto. La mancanza di identità si colma  invece grazie alla socialità di prossimità, guidati dall’idea che “la città è nostra”. In quest’ottica dobbiamo comprendere che la soluzione dei problemi è nelle nostre mani: di fronte all’indifferenza o all’ottusità delle istituzioni, dobbiamo creare nuove istituzioni dal basso. Ad esempio, di fronte al dramma dell’impossibilità di acquistare o affittare un’abitazione, bisogna capire che occupare e autorecuperare immobili pubblici abbandonati non è affatto un abuso, bensì un diritto e un atto di senso civico.

 

I ragazzi di Brescia e Claudia della Giopescal

Sabato 8 c’è stato il dibattito sulle lotte per la difesa dei diritti al quale hanno partecipato  4 dei 9 ragazzi immigrati che a Brescia sono rimasti su una gru per più di un mese per chiedere il permesso di soggiorno, e una ex lavoratrice della Giolfo di Livorno salita sul tetto della fabbrica per la difesa del posto di lavoro. Ci concentreremo sulla vicenda di Brescia.

I ragazzi di Brescia ci hanno illuminato sulla sanatoria “truffa” così come è stata ribattezzata la sanatoria del governo italiano risalente al 2009 che sarebbe dovuta essere una opportunità per ottenere il permesso di soggiorno per colf e badanti ma che, alla fine, e’ stata l’ennesima ingiustizia contro chi in Italia è considerato senza diritti. Tutto inizia nel settembre 2009, quando il governo Italiano decide,dopo anni di incertezze, di dare la possibilità agli immigrati irregolari che lavorano nel nostro paese come colf o badanti di poter uscire dalla clandestinità previa presentazione di un modulo compilato e il pagamento di 500€. Al momento della presentazione delle domande, i patronati e i sindacati avevano chiesto al ministero se la condanna per clandestinità fosse  un motivo ostativo per la regolarizzazione e avevano ricevuto risposta negativa, ovvero avrebbero potuto presentare domanda anche gli immigrati che si trovavano in quella situazione. Successivamente, dopo che centinaia di migliaia di procedure erano già state avviate,  una circolare del Viminale aveva dato indicazione alle prefetture di applicare una interpretazione restrittiva e di rigettare le domande di chi aveva condanne anche solo per clandestinità e senza alcuna forma di rimborso, compiendo un atto che costituisce senza ombra di dubbio una frode.

Le persone  prese in giro non hanno nemmeno avuto la possibilità di fare ricorso, perchè se lo avessero fatto sarebbero stati subito arrestati e deportati in un Centro di Identificazione ed Espulsione in quanto sprovvisti di documenti di soggiorno. Fino ad ora abbiamo parlato solo di colf e badanti, ma per quanto riguarda tutti quei migranti che ogni giorno lavorano come schiavi in fabbriche e campi di pomodori? Come sempre in Italia, dove non interviene lo Stato si mobilita la criminalità! E’ stato infatti creato un vero e proprio mercato nero dei documenti,  gestito dalla mafia ma anche da strozzini senza scrupoli, il cui funzionamento e’ molto semplice : l’immigrato clandestino paga una grossa somma di denaro ad un italiano che  dichiarerà che  lavora per lui come colf. Le somme pagate raramente sono state inferiori a 2000€, spesso 6000 e in alcuni casi persino 10000, inoltre ad avvenuto pagamento molte di queste persone si sono rese irreperibili derubando chi si era fidato di loro.

A livello nazionale su 300mila domande, solo 170mila sono state esaminate e 130mila restano inevase, i rigetti sono stati oltre 20mila. E’ da questo clima di ingiustizia e esasperazione che in tutta Italia e’ scoppiato il movimento di protesta contro questo sistema , e a Brescia, grazie all’aiuto dell’associazione Diritti per Tutti,  dopo molti presidi e cortei la protesta e’ culminata nell’occupazione di una gru nel centro di Brescia da parte di 9 ragazzi stranieri sulla quale sono rimasti per molti giorni a sfidare freddo e pioggia. Una lotta di grande coraggio e dignità, che ha riscosso la solidarietà e il consenso di tutte le persone che hanno seguito il dibattito, tanto che la nostra sala era completamente piena e c’era addirittura gente sul marciapiede ad ascoltare il racconti di persone che ancora non si sono arrese ai soprusi ed hanno ancora voglia di lottare per i propri diritti. La vicenda dei ragazzi di Brescia ci ha lasciato addosso un senso si rabbia e impotenza, ma allo stesso tempo la loro determinazione e il loro coraggio ci ha trasmesso la voglia di lottare, anche attraverso forme “eclatanti”, perché ogni forma di lotta per i diritti è legittima.

 

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