dal Quartiere n° 1 - Livorno da amare: breve sunto dell’antifascismo livornese PDF Stampa E-mail

 

articolo di Roberto Fattori

 

Fin dalla nascita, il movimento squadrista a Livorno trovò vita difficile in special modo nei quartieri popolari come il Gigante e il Pontino in cui grazie alle barricate improvvisate e alla partecipazione di massa degli abitanti dei menzionati rioni, alle squadracce fasciste non fu permesso di instaurare il loro dominio fondato sulla violenza e l’intimidazione. Infatti la città di Livorno fu una vera spina nel fianco per il nascituro movimento fascista, tanto che i fascisti riuscirono sì a occupare il Comune e a sciogliere la Giunta e il Consiglio comunale, ma per piegare la resistenza popolare dovettero richiedere l’aiuto di squadracce provenienti da tutta la Toscana. La Camera del Lavoro e le sedi dei partiti di Livorno, grazie alla coraggiosa difesa della popolazione livornese, furono tra le ultime ad essere occupate e distrutte in Italia. Alto comunque fu il prezzo pagato poiché dal 1919 al 1925 ben 14 furono gli antifascisti assassinati.

 

Alacremente, dopo la presa del potere, la dittatura fascista cominciò a schedare, controllare, diffidare e denunciare i circa 1.500 antifascisti livornesi, una quota tra le più elevate in Toscana. Il Tribunale Speciale, organo repressivo del regime creato per liquidare gli oppositori, colpì pesantemente la città: più di 260 furono i processi agli antifascisti e numerose le condanne per un totale di 466 anni di carcere e 328 di confino. Numerosi furono poi coloro che ripararono clandestinamente all’estero per evitare l’arresto. Nonostante la violenta persecuzione degli oppositori, numerosi concittadini continuarono a opporsi al regime fascista, tanto che dal ’35 al ’37 ben 56 livornesi furono condannati per essersi opposti alla guerra d’Etiopia, alla spedizione spagnola a sostegno del franchismo e al progressivo allineamento al nazismo di Hitler. Ben 22, di cui 8 caduti, furono i garibaldini livornesi, tra i quali anche Ilio Dario Barontini, che fu protagonista della sconfitta delle forze fasciste a Guadalajara. Altri 41 furono poi condannati a seguito dell’entrata in guerre dell’Italia nel 1940.

 

Peculiarità del movimento antifascista livornese risulta essere però anche l’esiguità, sia come numero che come aderenti, delle formazioni partigiane formatesi dopo l’8 settembre. La spiegazione dipende da due fattori molto importanti. Il primo collegato alla conformazione del territorio livornese, il secondo collegato al fatto che a seguito dei terrificanti bombardamenti americani del 1943, che distrussero il 70% del patrimonio abitativo, tutti gli stabilimenti industriali ridussero del 98% le capacità operative del porto, tanto che la popolazione fu costretta a emigrare nei paesi vicini, nel pisano, nella Lucchesia e nell’alta Maremma e molti livornesi entrarono nelle formazioni partigiane formatesi in quei luoghi. Spiegato ciò, dobbiamo precisare che una formazione partigiana operava nella zona di Livorno: la 3ª Brigata Garibaldi comandata dal livornese Dino Frangioni. Più precisamente era il 10° Distaccamento “Oberdan Chiesa”, brigata che operava a sud e nei dintorni di Livorno. Alcune Squadre d’Azione Patriottica operavano invece clandestinamente dentro la città con funzioni di sabotaggio.

 

La nostra città vide così terminare il dominio fascista il 19 luglio 1944, materialmente distrutta ma ancora in piedi nell’onore grazie soprattutto a tutti quegli eroi che, sprezzanti del pericolo, lottarono strenuamente e coraggiosamente contro la dittatura fascista. I nostri amministratori dovrebbero prendere spunto da questi illustri concittadini per evitare che nuove forme di fascismo e di fascisti possano liberamente sfilare per la nostra città.

 

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