dal Quartiere n° 4 - I gozzi e le gare remiere: chi erano i "Risicatori" PDF Stampa E-mail

Gozzo del San Marco-Pontino intitolato a Barontini                      Stampa antica dei "Risicatori"

 

Fin da quando Livorno era una modesto villaggio, circondato da un territorio selvaggio e malsano la poca gente che vi abitava viveva con il mare e per il mare. I pescatori del villaggio infatti, dovettero addestrarsi a una gara di forza e resistenza e sfidare le avversità del mare, il quale, molto spesso, alleato dell’impetuoso libeccio, spingeva sulle secche della Meloria molte sfortunate imbarcazioni. I marinai labronici, che accorrevano al salvataggio degli equipaggi, hanno sempre avuto una parte fondamentale nel soccorso in mare e quando il nostro porto cominciò il suo grande sviluppo, intensificando i traffici marittimi, si intensificarono anche i soccorsi dei nostri valorosi uomini di mare che, incuranti del pericolo, soprattutto delle alte onde ostili, correvano su rozze ma robuste barche a remi per raccogliere e portare in salvo uomini e mercanzie preziose di navi in procinto di affondare.

Per fare ciò i nostri rematori dovevano tenere in forma i loro muscoli e nelle ore libere nelle acque antistanti i loro scali o approdi, si allenavano, spesso e volentieri osservati dalle famiglie e dalla gente del villaggio, dando, quasi sempre, spettacolo sfidando le altre imbarcazioni con voga possente e sicura. Fu quello uno dei pochi svaghi che per centinaia di anni ha allietato la povera gente. Nacquero così le prime gare spontanee di popolo, senza premi, senza riconoscimenti, ma corse con il cuore pensando che il rivale, il nemico, era quello di sempre: il mare e in palio c’era, talvolta, la vita. Gente semplice, festosa, sprezzante del pericolo e generosa, ecco come apparvero i nostri antenati ai duchi medicei.

Chi erano i Risicatori?

In  loro ricordo  viene disputata  la Coppa Risi'atori che apre la stagione remiera livornese.

I risicatori costruirono un mondo a se stante, fatto di ribelli all’emarginazione sociale che opponeva un discosto atteggiamento alle autorità locali e nazionali, ed assoluta diffidenza agli ordinamenti locali e statali. Non ebbero torto, perché MAI videro risolti i loro problemi della loro miseria e di tutte le classi subordinate. Estromessi dalla cultura di base, ne formarono una propria, comprensiva di una specializzazione di natura nautica; un codice di comportamento tra di loro e fra loro e l’alta società; d’un nozionismo universale appreso nei contatti quotidiani coi marinai stranieri provenienti da ogni dove.

Di solito non loquaci ; reticenti ad esporre le proprie encomiabili azioni, schivi alle lodi, non hanno consentito di attingere molto dalle loro sdegnose bocche, intorno al loro operare sotto i più vari umori del mare. Eclissativi ognuno di essi coi propri segreti ricordi di sublime lotte, di lunghi ed estenuanti sacrifici di pene avvilenti e frenetiche gioie, lasciarono alla pubblica considerazione solo i nomi dei compagni più sfortunati, inghiottiti dai gorghi del mare nel soccorrere i naufraghi indifesi. Paghi dai riusciti salvataggi, pur bisognosi, respingevano qualsiasi compenso all’uopo offerto, mentre esigevano con assoluta puntualità il pagamento dei servizi pattuiti e compiuti.

Navigatori, poliglotti, genericamente addentrati nell’ingegneria navale e nella meteorologia; capaci pescatori; abili facchini; si avventuravano sul mare, fra la secca della Meloria e la Corsica in cerca di fortunate occasioni: quella , per esempio, di essere chiamati a bordo della navi prossime a Livorno, per pilotarle fino al porto; quella di venire prescelti , dai comandanti, per il carico e il discarico delle merci; e , infine, il recupero dei grossi relitti alla deriva. L’arte e la letteratura intervennero tardi a parlare di essi. La loro storia la stiamo costruendo ora.

tratto da "Storia e Immagine del Palio Marinaro" di Carlo Braccini

 

 

 

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