dal Quartiere n° 28 - La Crisi economica in breve PDF Stampa E-mail

 

LA CRISI ECONOMICA IN BREVE

 

Nel momento in cui si afferma, giustamente, che ci troviamo nel bel mezzo della più grave recessione della storia, pochi hanno compreso realmente le cause del disastro economico e finanziario che sta distruggendo il modello di vita “occidentale” – così come esso si è sviluppato negli ultimi decenni.

 

La crisi, in realtà, non è passeggera, come tante ve ne sono state. Essa colpisce un “sistema”, quello liberale-capitalista, nel suo complesso. Quindi, non una crisi “all’interno” del sistema, ma una crisi “del” sistema stesso. Dopo la caduta del muro di Berlino (1989), il modello americano sembrava ormai vincente. L’ultimo rivale – il comunismo – sembrava essere stato sconfitto. Il politologo Francis Fukuyama proclamava la “fine della storia” e delle ideologie, non avendo la democrazia massonico-illuminista altri modelli con cui confrontarsi. A partire da quegli anni, il capitalismo si fa più selvaggio: non ha più ostacoli, può esprimere a pieno tutto il suo potenziale. E raggiunge il suo apogeo nel momento in cui esso diventa “globale” e si trasforma da capitalismo “industriale” in capitalismo “finanziario”. Con la globalizzazione, si realizza il “sogno” di un mondo “senza più barriere”: libera circolazione di uomini, capitali, merci, non vi sembra tutto così bello? In realtà, la fregatura era dietro l’angolo. Il super-liberismo globale ha favorito i grandi imprenditori che hanno avuto la capacità economica di trasferire le loro unità produttive dai Paesi occidentali, dove il costo del lavoro è alto a causa delle protezioni sociali accordate ai lavoratori e alla “sindacalizzazione” di quest’ultimi, verso le zone dell’estremo Oriente (Cina, India, Taiwan, ecc.), dove gli operai vengono pagati miseramente. L’abbattimento di ogni barriera doganale ha consentito, poi, a questi signori, di re-importare in Europa e in America le merci prodotte in Asia – per venderle agli stessi prezzi di prima, lucrando cifre astronomiche. Il problema, però, è che i lavoratori dei Paesi occidentali hanno perso il loro posto – poiché le fabbriche sono emigrate lontane migliaia di chilometri. Per tirare aventi la giostra, quindi, si è intervenuti con il “credito facile”: le banche hanno prestato a rotta di collo. I famigerati mutui “subprime” – la miccia che ha innescato la crisi in corso – non sono altro che mutui concessi a persone con basse aspettative di rimborso. Il castello di carta dei debiti, ad un certo punto, è crollato ed ha trascinato il mondo occidentale in un abisso senza fine.

 

Date le inter-connessioni create dalla globalizzazione, il fallimento di una mega banca come la Lehman Brothers (settembre 2008), in America, si è immediatamente riverberata in ogni zona del pianeta – in particolare in Europa. E la crisi finanziaria si è poi trasferita all’economia reale, produttiva. A quel punto, per impedire alle banche di fallire e di trascinare a fondo tutto il sistema, gli Stati sono intervenuti in salvataggio di esse, stra-indebitandosi per gettare denaro nei bilanci degli istituti di credito in fallimento. La crisi si è così trasferita dalle banche agli Stati. Veniamo quindi ai giorni nostri. Gli Stati, ora, rischiano essi stessi di fallire poiché hanno dilapidato il denaro pubblico in salvataggi forsennati a favore delle banche. E per rientrare – parzialmente – da questo debito gigantesco e impagabile, stanno tagliando servizi pubblici essenziali – in alcuni casi intervenendo anche sulla previdenza e assistenza sociale. E le banche fanno la voce grossa; la gratitudine non è certo il loro forte. Pretendono che gli Stati in crisi taglino ancor di più, e riducano in miseria i cittadini. Altrimenti, esse non continueranno a finanziare i debiti pubblici. La lotta è tra la grande finanza padrona e i cittadini destinati ad un futuro difficile. I Governi si trovano nel mezzo. Dobbiamo convincerci che un altro mondo è possibile. Ma dopo 65 anni di “pensiero unico” liberista, i cervelli sono ormai atrofizzati.

 

La vignetta di Gino il Tappezziere di via Sant'Andrea

 

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