dal Quartiere n° 5 - Un po' di storia di Livorno….14 luglio 1948: le conseguenze dell'attentato a Togliatti PDF Stampa E-mail

 

La rivolta cittadina nei frammenti di memoria di alcuni testimoni d’eccezione

La radio dette la notizia all’una e all’una e dieci fischiò la sirena del Cantiere. Esco e mi dicono: «Hanno ammazzato Togliatti». Mi preoccupai di andare alla porta e di chiudere il Cantiere per non far uscire nessuno. Intanto la città era tutta in subbuglio, tutto il personale di guardia e i finanzieri ci dettero la rivoltella. Io presi la bicicletta e andai al partito a sentire un po’. La Federazione si era spostata in via Garibaldi e lì i compagni ci dissero che c’era stata la proclamazione di 48 ore di sciopero. La decisione era di portare la gente in piazza della Repubblica e di fare un grande comizio. Tornai in fabbrica riflettendo che con quel tipo di decisione… Una parola d’ordine che chiama la gente ad un comizio evidentemente non costituisce i prodromi di un’azione rivoluzionaria e capii che qualche indicazione era arrivata. Ritornammo in fabbrica e facemmo uscire i lavoratori a scaglioni per evitare assembramenti. (Sergio Manetti, dirigente sindacale)

  

Ci fu un primo scontro con la polizia all’Attias all’uscita degli operai del Cantiere che erano scesi in città armati di spranghe. (…) Furono sparate parecchie pistolettate da ambo le parti, mi pare, ma la polizia dovette ritirarsi. Il vice questore, mi ricordo, mi mandò a chiamare. C’era anche il sindaco Diaz e in macchina si girò per la città perché c’erano stati almeno tre tentativi di scardinare le armerie. Allora io scesi col sindaco mentre il vicequestore stava in macchina: non era prudente per lui. (…) Mi ricordo che ero andato in piazza della Repubblica, appunto perché c’era il comizio, a preparare… e vedo venire da via De Larderel questo povero diavolo con una gavetta in mano (me lo ricordo sempre, mi pare di vederlo) che attraversava tranquillo la piazza zeppa di gente che urlava, che imprecava, che voleva vendetta. Attraversava via De Larderel e sembrava che volesse andare in via Buontalenti. Invece gli saltarono addosso, perché la protesta era contro la polizia come tale, perché è da lì che emanavano tutte le prepotenze, le discriminazioni, le violenze che la DC perpetrava e si preparava a perpetrare. Vidi questo povero diavolo in divisa circondato da questo popò di nugolo di persone, saranno state 2-300, e mi ricordo che scesi giù dal palco, feci una corsa, m’infilai in mezzo a questo tumulto, per vedere di sottrarlo alla furia di questa gente. Quando sento un urlo, ma un urlo pauroso, e vedo tutto il resto della piazza che va verso via Gazzarrini, perché da via De Larderel veniva un pullman pieno di suore che andavano a Montenero. Gli saltarono addosso a questo pullman, e l’autista, poveraccio, senza rendersi conto di quello che succedeva, si fermò. E la gente cominciò a spaccare i vetri. Sento quegli altri che urlano e corro là, perché là il dramma era ancora peggiore. E sicché mi buttai di fianco all’autista gridando «Vai via, non ti fermare neanche se ti sparano». Lui allora andò verso via Giovannetti. Quando gli corsi dietro in via Giovannetti avevano accoltellato quel povero diavolo. Mentre avveniva la faccenda di questo celerotto, poverino, e quella delle suore, la polizia sbucò dai fossi del Mercato ed entrò in piazza della Repubblica con un’autoblindo-mitragliera, preceduta da due carabinieri in motocicletta e seguita dai camion della Celere armata. La gente non capì più nulla, non vide nemmeno le mitragliatrici, era esasperata, giustamente esasperata, e mi ricordo che saltarono addosso a questi due carabinieri e dettero fuoco alla motocicletta. Uno dei due carabinieri era rimasto sotto la motocicletta che prendeva fuoco, e loro stessi lo tirarono via. La moto fu buttata nei fossi. (Ervé Pacini, vicesegretario Federazione Livornese PCI)

  

Intanto sull’angolo tra via De Larderel e piazza dei Mille era arrivato Corrado Cancelli, allora assessore comunale, con un camioncino carico di giornali e l’edizione straordinaria della Gazzetta. Ci fu la distribuzione dei giornali e ci fu qualche scaramuccia, si sentì anche qualche sparo. Intanto l’autoblindo veniva avanti, e appena girò dalla parte dei fossi si staccò il compagno Pacini chiedendo di mandarlo da solo a parlare con quelli che guidavano l’autoblindo. Per la verità si staccò anche Nelusco (Giachini) che disse: «Da solo non ti ci mando». Pacini, con le braccia tese verso il carro armato, lo fece fermare e parlamentò. (Eddo Paolini, dirigente della Federazione Livornese PCI)

 

Venne Barontini e fece un attivo in fabbrica, spiegò che la protesta aveva un inizio e una fine, niente avventurismi. C’era molto massimalismo e Barontini, con quell’enorme prestigio che aveva… Erano stati fatti dei “rattoppi” ai camion, e lui disse: «Questa roba deve sparire tutta». (Sergio Manetti)

 

 

Gli operai del Cantiere presero la base di una lancina mobile, la corazzarono e ne fecero un grande aggeggio di guerra. Poi Barontini andò in Cantiere con Manetti e gli altri disse: «Bene, bene, avete fatto un bel lavoro. Quanto tempo ci avete messo, sei ore? Allora in sei ore quello che avete fatto lo risfate». (Nelusco Giachini, responsabile stampa e propaganda Federazione livornese PCI)

 

Barontini, con quella sua maniera di parlare… «O cosa volevate fare, la Rivoluzione?» Godeva di un prestigio enorme a Livorno, bastava vedere quello che aveva fatto per essere al di sopra di ogni sospetto dal punto di vista del coraggio morale e politico. E quando parlava era legge per tutti. (Ervé Pacini)

 

(Le interviste sono tratte dal libro: Livorno, una rivolta tra mito e memoria, di Andrea Grillo, ed. BFS Pisa)

 

 

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