dal Quartiere n° 8 - Un po' di storia del quartiere….Il Partito Comunista Livornese nasce sul Pontino PDF Stampa E-mail

 

 

Gozzo del Magenta intitolato ad Aramis Guelfi - La cantina è sul Pontino

 

Il lettore non si meravigli:il titolo non è un refuso tipografico. Se infatti è vero che a Livorno nel 1921 fu fondato il Partito Comunista d'Italia, resta altrettanto vero un altro fatto, documentato soprattutto dalla testimonianza orale dei protagonisti. Dopo l'entrata in guerra, tra il 1940 ed il 1942 vi fu infatti la costituzione, da parte di un nucleo di giovani d'estrazione proletaria, del Partito Comunista Livornese, nel quartiere popolare del Pontino (tutt'ora una roccaforte della sinistra di classe). Si trattava di tre ragazzi sui vent'anni: a Livorno divennero noti come "i tre di via Pelletier". Nel momento in cui i rovesci del terzo anno di guerra cominciavano a rendere sempre più impossibile la vita del popolo, i tre trovarono naturale dare uno sbocco conseguente e coerente alle cose che sentivano dire in casa, o nella bottega dove lavoravano. Decisero perciò di ricostituire quello che ritenevano, con una discreta dose di buone ragioni, lo strumento fondamentale della lotta antifascista: il Partito Comunista, della cui esistenza avevano avuto notizia, ma col quale nei duri anni della clandestinità resa più difficile dallo stato di guerra, era assai complicato entrare in contatto.

 

I tre fondatori

Questi tre ragazzi si chiamavano Vincenzo Pucci, militante di base (deceduto nel 1993) con compiti tecnico-operativi della locale federazione del PCI, Bino Raugi, operaio del Cantiere Navale Luigi Orlando, poi per dieci anni sindaco comunista di Livorno (scomparso nel 2007), e Nelusko Giachini, già deputato livornese del PCI nella circoscrizione della Toscana occidentale, che morì nel 1999. Questi ultimi due ci hanno raccontato la vicenda, nel lontano 1995. Attorno a sé riuscirono a radunare un piccolo nucleo di giovani del quartiere, ponendosi come primo obiettivo di entrare in contatto... con un nucleo analogo di cui avevano avuto notizia, operante nella zona di San Sebastiano, distante poche centinaia di metri di strada. L'elemento di partenza furono le famiglie: la traccia rossa iniziata con le camicie garibaldine. La nonna di Nelusko, nata subito dopo l'impresa dei Mille, fu chiamata dal padre Vittoria Italia Libera; il padre (morto assai giovane) era un socialista; lo zio, che lo allevò come un secondo padre, era definibile come un socialista anarchico. Bino Raugi era figlio d'un portuale, d'orientamento comunista. Mentre il padre di Vincenzo era un marittimo, antifascista, il fratello maggiore, Duilio, era capocellula del PCI del Pontino. Morì giovane, e quando la polizia fascista venne ad arrestarlo lo trovò nella bara.

La propaganda

L'opposizione tra generazioni, tra il modo di concepire i rapporti tra sé ed il mondo fece scaturire la decisione. I "vecchi" suggerivano prudenza circospezione e moderazione,questi ragazzi, nutriti nell'avversione al regime, e nel mito degli "Arditi del popolo" che avevano tentato di sbarrare la strada ai fascisti fiorentini della "Disperata" (senza i quali i fascisti livornesi non ce l’avrebbero mai fatta) fondarono il Partito Comunista Livornese. Nelusko, che avrebbe voluto fare il pittore, ne disegnò il bozzetto. Aggregarono subito due vetrai, Mario e Cesare Canterini, ed un giovane operaio della SPICA, Nevio Nenciati e Luciano Zanobini, figliolo d'un orefice. L'unione col nucleo di S.Sebastiano portò alla costituzione di un gruppo di 12 comunisti in erba, che cominciarono subito ad operare in senso antifascista: la diffusione di volantini fatti a mano fu il primo atto. Venivano infilati sotto la grande lastra di cristallo che copriva un enorme tavolo che stava al centro della sala telegrammi alla Posta Centrale, per smuovere la quale ci voleva una gran forza: perciò i volantini ci rimanevano relativamente a lungo, quel tanto che bastava perché‚ in città se ne diffondesse la notizia.

Episodi di ribellione al Regime fascista

Un episodio fondamentale per la crescita politica del gruppo fu quello dello sciopero degli "scaldachiodi" del Cantiere Navale, nel tardo autunno del '42. Come un ragazzo entrava in Cantiere veniva addetto ad uno dei lavori meno qualificati. Si trattava di arroventare al calor bianco i chiodi nelle forge, per passarli poi al ribattitore, che li infiggeva a caldo nelle lamiere, cosicché quasi si saldavane La condizione degli apprendisti era particolarmente dura: pagati con un modesto salario fisso, chiesero che venisse loro riconosciuto il cottimo. Questa rivendicazione economica si saldò inevitabilmente con la protesta contro la guerra e contro il regime fascista. Bino Raugi, allora apprendista scaldachiodi, racconta che il movimento, tutto interno, si propagò appunto tra i giovani come lui, avvalendosi del resto del sostegno della struttura comunista e di quella antifascista interna alla fabbrica. In particolare, gli operai più anziani sostennero la lotta, proprio per verificare fino a qual punto si poteva andare oltre. I capannelli dei giovani scioperanti fuori della fabbrica si tramutarono in assembramenti di operai che intendevano discutere dei motivi e delle prospettive della lotta. All'inchiesta successiva (interna alla fabbrica) i ragazzi individuati sostennero che l'agitazione aveva solo motivazioni economiche. Sta di fatto che Bino pochi mesi dopo fu arrestato, assieme agli altri giovani del Partito Comunista Livornese. Un altro episodio interessante avvenne alla vigilia di Natale del 1942: era appena arrivato a Livorno il primo battaglione di Tedeschi. Racconta Nelusko: "Fu fatta una riunione, e decidemmo di fare delle scritte murali contro il fascismo, contro i tedeschi, contro la guerra, per la pace: ma vennero fuori spontanea mente molte scritte, che non erano state decise, come "Viva il comunismo, viva Lenin, viva Stalin".

I primi contatti col Partito Comunista d’Italia

"Sapevamo che il PCI da qualche parte doveva esistere, ed eravamo del tutto coscienti che fondarlo per conto nostro era poco più che una velleità: ma non riuscivamo a contattarlo. La sorte ci venne in aiuto. Tutti gli anni veniva a Livorno, a fare i bagni, un parente del figliolo dell'orefice: discutendo con questo ragazzo, di poco più anziano di noi, avrà avuto poco più di vent'anni, riuscimmo, sul finire dell'estate del '42, a stabilire un rapporto organico con il Partito: ma a Torino". Andarono a Torino in due, Nelusko ed Ettore Simonali (del gruppo di S.Sebastiano), con 395 lire per il Soccorso rosso (sottoscritte in gran parte dal fotografo Allegri, presso cui Nelusko Giachini faceva il ritoccatore di foto). Portarono indietro, ben nascoste sotto la maglia di lana, 40-50 copie dell'Unità e una rivoltella. Intanto i collegamenti cittadini si ampliavano: due gruppi di ragazzi, uno di Montenero ed uno del rione S.Jacopo si unirono a quello iniziale, e finalmente, nel novembre del '42, si stabilì un primo rapporto con l'organizzazione livornese del PCI, nella persona del compagno Falleri, operaio del Cantiere, che però aveva una faccia poco convincente, ed i giovani lo sospettarono di essere una spia dell'OVRA. Lui se ne rese conto, e dopo poco non si fece più vedere, tra l'altro, temendo per la propria vita, anche perché pare che quei ragazzi fossero forse un po' sprovveduti sul piano ideologico, ma terribilmente determinati quanto all'azione. In effetti, (ricorda sempre Nelusko) dopo la Liberazione il Falleri trovò a pranzo da un parente alcuni di quei ragazzi, e li apostrofò ridendo "Voi mi volevate ammazzare!". Per la verità, corre voce (Nelusko non lo ha detto, ma altri comunisti livornesi, come Luciano Traversi, lo confermano) che avessero meditato di scaraventarlo in mare. Comunque venne in seguito un altro emissario del PCI, Vasco Caprai, che invece riuscì a conquistare la fiducia dei ragazzi. Prosegue la testimonianza di Nelusko: "Ricordo di un altro contatto: l'incontro con un compagno operaio rientrato dalla Francia, un certo Martini, che aveva principiato a lavorare alla SPICA. Lo contattammo la mattina prestissimo in un bar, accanto al tabaccaio Salimbeni. Di lui non abbiamo mai più saputo nulla". "Un colpo abbastanza gobbo fu quello che gli giocammo alla vigilia del nostro arresto. Il babbo d'uno dei nostri era portiere all'INPS, ed era un gran tifoso del Livorno. Quando c'era la partita lui andava allo stadio, e lasciava il figliolo in portineria. Noi s'approfittò dell'occasione: disegnai il testo del manifestino su una matrice da ciclostile in casa mia; con questa matrice sotto la camicia (mia madre subodorò qualcosa) andai all'INPS e con ciclostile carta e inchiostro inconsapevolmente forniti dal regime stampammo tre o quattrocento volantini, con cui riempimmo i portoni di Via Grande la sera stessa".

La coscienza politica

I processi molecolari di definizione della coscienza politica furono vari. Dice Nelusko Giachini: "Schemi universali, schemi onnicomprensivi, non se ne possono precostituire. I percorsi sono stati diversi e vari: direi che quello fondamentale, iniziale è che il nemico acerrimo del regime fascista era a Mosca, era il comunismo". I nemici dei miei nemici, sono tendenzialmente amici miei: sulla base di questa equazione elementare si fecero dunque i primi passi dall'opposizione organizzata al regime fascista all'adesione all'ideale comunista. Chi materialmente faceva qualcosa di più che discorsi contro il fascismo, poi, erano i comunisti. Abbracciare il comunismo era dunque qualcosa di molto generico ed emozionale, che solo dopo molto tempo, e non in tutti, diveniva acquisizione cosciente. Veicolo della coscienza politica era la famiglia: che contava molto. Racconta ancora Nelusko: "La mia mamma lavando i panni per darsi un po' di sollievo canticchiava lo stornello "E quando morirò non voglio cristi, non voglio avemmarie né paternostri, ma voglio un ber corteo di:... e di volta in volta alternava "comunisti" o "socialisti".

La reclusione, l’evasione e la Liberazione di Livorno

"L'arresto avvenne a fine marzo del '43: finii subito ai Domenicani (il vecchio carcere di Livorno) da dove venni tradotto con gli altri dopo il bombardamento del maggio a Regina Coeli, in quanto deferiti al tribunale speciale. Fummo scarcerati il 31 agosto. Bino e Nevio, che erano minorenni, parteciparono all'insurrezione del carcere (il 26 luglio del '43) e fuggirono. I bracci dei politici invece si attennero alle direttive del Comitato antifascista non partecipando all'insurrezione". "In effetti, il nostro gruppo, anche se indubbiamente più cosciente e maturo della stragrande maggioranza dei nostri coetanei, era fatto pur sempre di ragazzi, per cui una parola qua, una là, ci fece individuare, assieme alla tendenza che avevamo a stare sempre insieme. Probabilmente ci fu anche qualcuno che ci denunciò: tra noi ad esempio c'era uno che sosteneva che Mussolini era disinformato e tradito da chi gli stava dintorno; un altro ragazzo addirittura criticava il fascismo da destra, e si definiva nazista". "Lanciotto Gherardi, il commissario politico del PCI nella brigata Garibaldi di cui feci parte durante la Resistenza, e che sarebbe morto all'alba del 19 luglio, alla liberazione di Livorno, mi disse che il Partito sapeva di noi, e dei rischi che correvamo: comunque non ritenne di dover intervenire presso il nostro gruppo. Credo ancor oggi che il Partito allora abbia sbagliato lasciandoci isolati". Prosegue Giachini: "In carcere incontrammo Machiavello Macchi, (poi per molti anni sindaco di Collesalvetti), Mario Allegri e Libero Bicchierai, tre compagni comunisti,ìl'ultimo di famiglia anarchica. Suo padre Amleto, il friggitore, merita d'esser ricordato: quando i fascisti lo prelevavano dalla bottega per andargli a perquisire la casa, lui li accompagnava, li precedeva aprendo la porta e nell'entrare posava il cappello sul cappellinaio, proprio dove teneva appesa la pistola, e quindi con un sardonico inchino invitava le camicie nere ad entrare: non gli trovaron mai nulla, men che mai la pistola sotto il cappello. Ne conservo anche un ricordo tenero: dopo l'otto settembre a Livorno si moriva davvero di fame, io campavo con la razione di 150 grammi giornalieri di pane ed una mela, e lui, sfollato con la famiglia su al famedio di Montenero, via via m'invitava a mangiare qualcosa, ma senza parere, perché io non me sentissi umiliato. Mi diceva: - Nelusko, ma lo sai che Amelia ha fatto un minestrone così bono, ma così bono, che mi son detto: bisogna che Nelusko l'assaggi... - e io, che non avevo altro che il pane della razione, andavo su da lui a complimentarmi con le virtù culinarie di sua moglie Amelia. Era un signore".

(pubblicato sul Calendario del Popolo, anno 50°, n. 573, gennaio 1995, p. 9-11)

 

 

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