dal Quartiere n° 33 - RIFORMA DEL LAVORO: ADDIO ALL’ ARTICOLO 18 PDF Stampa E-mail

 

Questo articolo vuole commentare la riforma del lavoro del ministro Elsa Fornero

 

La riforma del lavoro è arrivata all'approvazione, senza dibattito in aula, con voto di fiducia al senato e poi alla camera. Il tutto con una scadenza ben precisa in testa: non un tavolo delle parti sociali, meno che mai una qualche discussione con i lavoratori, ma il vertice europeo del 29 giugno. Al quale è stata presentata la sostanziale abolizione dell'articolo 18 come contributo italiano alla nuova Europa.

 

Prendiamo spunto da alcuni articoli de Il Manifesto e del magistrato Bruno Tinti per cercare di spiegarvela nel modo più semplice possibile.

Con l’approvazione del disegno Fornero di riforma del mercato del lavoro, è giunto per tutti – partiti, sindacati, operatori giuridici, sociali e culturali e per lo stesso Governo – il momento della verità. Infatti, con il sostanziale svuotamento dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, si chiude una parabola che ha abbracciato quattro decenni all’insegna della garanzia della dignità del lavoro. Con l’art.18 precedente, in caso di licenziamento arbitrario, la reintegra nel posto di lavoro, il lavoratore poteva esercitare con tranquillità tutti i suoi diritti, legali e contrattuali, perchè la legge imponeva al datore di giustificare lui, a pena di annullamento, l’eventuale licenziamento.

 

Ora l’art.18 come norma antiricatto è nella sostanza venuta meno e quindi si realizza il disegno di parte datoriale di poter contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno. Questo è il cuore del problema, che ormai conoscono tutti. Di fatto il governo, dopo aver messo alla disperazione decine di migliaia di persone con la manomissione del sistema pensionistico, completa ora il lavoro sporco affidatogli «a tempo» dai ceti dominanti. Il tutto con il complice silenzio dei sindacati confederali (la CGIL  addirittura in un primo momento aveva indetto lo sciopero generale, poi  annullato per chissà quale strano gioco di potere) e dei partiti, democratici o meno.

 

L’art. 14 comma 7 dell’attuale riforma del lavoro (Tutele del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo) dice: “il giudice che accerta la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (sarebbe il licenziamento per motivi economici) applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del medesimo articolo” (il reintegro ). E, poco più avanti: “nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma”. Che consiste nel dichiarare “risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condannare il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva” (l’indennizzo).

TUTTO RUOTA intorno a due paroline: “manifesta insussistenza”. Per capirci meglio, un assassino va condannato sia che lo si becchi con il coltello sanguinante in mano, sia che la sua responsabilità emerga dopo un complicato lavoro di indagine (movente, alibi, testimonianze etc). Invece questa riforma con l’aggettivo MANIFESTA ci dice che avverrà il reintegro nel primo caso, solo indennizzo nel secondo.

In base ai criteri di interpretazione giuridica delle leggi (art. 12 del codice civile), ne deriva che il giudice potrà reintegrare il licenziato solo quando, da subito, senza indagini, senza prove, “manifestamente ”appunto, è sicuro che il motivo economico non sussiste. Se invece dubita, se per decidere deve acquisire prove, allora niente reintegro. E cosa al suo posto? Ma è chiaro, l’indennizzo. E infatti Monti-Fornero lo dicono espressamente: “nelle altre ipotesi”, cioè quando l’insussistenza del motivo economico va accertata con una normale istruttoria dibattimentale (prove, testimonianze, perizie), quando dunque non è “manifesta”, di reintegro non se ne parla. Magari alla fine salterà fuori che il motivo economico non c’è; ma, siccome è stato necessario un vero e proprio processo per rendersene conto, niente reintegro, solo un po’ di soldi.

In alcuni casi, l’insussistenza del motivo economico ci sarà; ma, per essere sicuri, un po’ di istruttoria va fatta. Un giudice non può dire: “È così’”. Deve motivare perché è così; e per questo è necessaria l’istruttoria. Ma, se la fa, addio reintegro.

La riforma è idealmente divisibile in tre parti, di cui quella centrale riguarda appunto la «flessibilità in uscita», ossia la riforma della disciplina dei licenziamenti che abbiamo appena analizzato. Che si tratti di un pauroso  salto  all’indietro,  in definitiva l’ha riconosciuto

anche il governo, che – proprio per questo – ha dichiarato di offrire «compensazioni» costituite dalle altre due parti della legge Fornero, dedicate rispettivamente alla riforma della «flessibilità in entrata», ossia alla limitazione e messa sotto controllo del precariato e alla riforma degli «ammortizzatori sociali», quali cassa integrazione, indennità di mobilità e di disoccupazione, che – si è detto – la nuova legge avrebbe migliorato, proprio in considerazione della maggior facilità di licenziamento accordata alle parti datoriali. Ebbene, noi affermiamo – sfidando chiunque a sostenere il contrario – che proprio questa della «compensazione» è la menzogna più odiosa; perchè, sia sul versante della «flessibilità in entrata», sia su quello degli «ammortizzatori sociali», la legge Fornero è drasticamente peggiorativa rispetto alla normativa attuale. Non temiamo di affermare, anzi, come non ci sia una sola norma che, al di là dell’apparenza, sia davvero «migliorativa».

 

1) Nella «flessibilità in uscita» la riforma Fornero affronta quattro tipi di licenziamenti

 

a) Nel licenziamento «discriminatorio» non cambia nulla, perché ben si sa che trattasi di figura solo teorica per l’eccessiva difficoltà della prova.

b) Nel licenziamento «disciplinare» – vero cuore della tematica – la possibilità di reintegra viene limitata a casi di scuola e ridotta a una sorta di foglia di fico. In sostanza, per aversi reintegra, occorrerebbe o che il datore si fosse inventato tutto o che avesse letto male il contratto collettivo, applicando il licenziamento dove doveva applicarsi una sanzione più lieve.

c) Nel licenziamento «per motivo oggettivo», la reintegra è limitata all’ipotesi di «manifesta insussistenza» del fatto addotto come motivo del licenziamento, applicandosi altrimenti la sola sanzione economica.

d) Nel licenziamento «per riduzione di personale» si sancisce il gravissimo arretramento che i vizi riguardanti la procedura sindacale di esubero non danno più luogo a reintegra, ma solo a una indennità economica.

 

2) “Flessibilità in entrata” – Sul contratto a termine e sul contratto di lavoro somministrato la riforma Fornero ha dato, contrariamente alle promesse, briglia sciolta al precariato, prevedendo che possa essere privo di causale il primo contratto a termine della durata di ben 12mesi e così anche il primo contratto di somministrazione. Contratto che anche in altri casi è stato esentato dall’obbligo della causale. Basterà dunque assemblare tra loro in maniera accorta i vari tipi contrattuali previsti, per realizzare quel precariato permanente di persone ultra ricattabili,che è il vero risultato – a parer nostro voluto – della riforma Fornero.

 

3) Nella parte relativa agli «ammortizzatori sociali» viene adottato un criterio di malthusianismo sociale. Infatti, al primo soffio di difficoltà le imprese potranno licenziare perchè non ci sarà più quella «cassa integrazione straordinaria» tradizionale che per la classe operaia italiana ha rappresentato sul piano collettivo una garanzia simile a quella dell’art.18 sul piano individuale. Fosse stata vigente in passato la legge Fornero, non sarebbero oggi ancora aperte fabbriche come Fiat, Breda, Ansaldo, Finmeccanica, che sono riuscite a ristrutturarsi anche grazie alla CIGS. Per fortuna questa follia dovrebbe entrare in vigore solo nel 2016.

 

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