dal Quartiere n° 36 - 20 anni dall’omicidio di Maurizio Tortorici PDF Stampa E-mail

 

 

Una scritta in via Palestro

 

Sono ormai passati 20 anni da quel 20 aprile del 1993 quando il poliziotto livornese Flavio Pontanari uccise a Livorno, con un colpo di pistola all’addome, Maurizio Tortorici, caduto dalla moto, dopo che non si era fermato all’alt della polizia. I mezzi di informazione indipendenti che oggi hanno dato risalto a molti casi simili, come quello di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi (per citarne solo alcuni), in quegli anni non esistevano, come del resto non esisteva internet. Ci sembra interessante ricordare il grave episodio inserendolo nel contesto di quegli anni attraverso un articolo uscito su Senza Soste nel 2007 e attraverso una lettera di un compagno che ci ha scritto il suo accorato ricordo di quei giorni.

 

Lettera di un Compagno:

Quando penso a Maurizio Tortorici, lo faccio sempre con lo spirito di allora: dai miei 18 anni e dai suoi 22. Avevamo condiviso senza saperlo quel viaggio a Sanremo dietro agli amaranto: c’era probabilmente anche lui tra coloro che nella piazza principale della sfiorita città del Festival si schiantava dalle risate vendendo i 100 metri delle aragoste che qualche livornese aveva acchiappato in un acquario di un ristorante. Erano, se non ricordo male, gli anni di Carl Lewis e Ben Johnson,  e noi crescevamo tra le occupazioni delle scuole e la costruzione parallela di un nuovo spazio sociale, esterno però interno a un movimento studentesco che reggeva il peso generazionale di produrre conflitti sul territorio. C’era venuto sul groppone il muro di Berlino e, cosa che non cessava di sembrarci impossibile, Livorno iniziava a vivere il problema della morte ergendosi in un breve lasso di tempo tra le prime città italiane per numero di suicidi. Iniziavano a morire in molti, suicidati dal tremendo freddo degli anni novanta.
Mentre nel Centro sociale Godzilla si traduceva uno dei corsi di Michel Foucault al Collége de France e ci si preparava a una lunga stagione di occupazioni, Gianfranco Lamberti faceva lo sceriffo della città disseminando quote sempre più potenti di autoritarismo menscevico. Nelle scuole superiori si respirava l’aria del post Pantera, non il gruppo hardcore, che comunque era disceso in Italia dopo aver registrato Light comes out of black, condividendo palco con Iron Maiden e Black Sabbath; no, il post-Pantera era quel movimento studentesco che ebbe la forza della disperazione di nascere in parallelo all’ascesa di Berlusconi. Si facevano  una quantità immense di assemblee: era la stagione delle assemblee permanenti e della costituzione del Movimento Spazi Sociali.
L’aprile del 1993 mi prende nella tana delle tigri del Liceo scientifico Enriques: un covo di professori tutti protesi a tappare i bui di una città che perdeva acqua. Ci educavano alla democrazia però guai mettere in discussione la loro autorità: ti portavano in tribunale, o permettevano alla questura di svolgere indagini sui “rappresentanti del movimento studentesco”. Era un liceo comandato da un plotone d’esecuzione, tra i quali spiccavano la vicesindaco e un filotto di pensatori del nulla, gente sconfitta dalla storia e in cerca di capri espiatori per sopravvivere a se stessi. È lì dove si cristallizza il ricordo di quando quel cane in divisa spara all’addome di Maurizio Tortorici.
La notizia arrivò il pomeriggio e per la notte avevamo pronto uno striscione indispensabile per sfidare il giorno dopo il “niet” della vicepreside-vicesindaco di svolgere un’assemblea spontanea. Lo striscione fece da detonante e quasi la totalità degli studenti si diresse nel cortile interno dell’Enriques per discutere che fare dopo quell’omicidio di Stato. Si discusse molto, c’era chi chiedeva giustizia immediata e chi invece era per una manifestazione pacifica. I gerarchi dell’Enriques ci convocarono: ricordo ancora la vice-vice che mi disse che ci lasciavano svolgere l’assemblea a patto che il giorno del funerale non si convocasse lo sciopero. Le andò male.
Il pomeriggio svolgemmo una riunione al prato della fortezza vecchia: ci sedemmo con compagni e compagne più grandi di noi, sapevamo che erano quelli di Villa Sansoni e avevano chiaro che la manifestazione doveva portarci dentro la Questura e occuparla. I Figli della stessa rabbia risposero: migliaia di studenti e di persone incazzate cinsero d’assedio la Questura. Se non fosse stato per la volontà della famiglia Tortorici, che ci chiese di non fare nessuna azione violenta, immagino la Questura avvolta nel fumo , o qualcosa di più.
Per chi come me diventava maggiorenne e iniziava il lento e faticoso cammino della militanza, l’omicidio di Tortorici significò oltrepassare la soglia di tolleranza verso qualsiasi divisa. Si diventava grandi e in tempi non sospetti, quando ancora non c’era bisogno di etichettare le nostre passioni con la sigla ACAB, ci si spalancarono gli occhi sui soprusi delle forze dell’ordine.
E no, Maurizio Tortorici non lo dimentichiamo. Né lui né gli assassini in uniforme che ancora minacciano le nostre vite.
Dario
Articolo uscito su Senza Soste il 19 maggio 2007 :

Aprile 1993, Livorno è in piena crisi occupazionale. Dalla Borma al Cantiere è cassa integrazione. La politica parla di nuove aree produttive e di porto turistico. I familiari del Moby Prince chiedono ancora verità. Il Livorno del patron Achilli e Lady Giusy milita nei Dilettanti. Ma è comunque Livornomania: la squadra di Zoratti è in piena corsa promozione. Domenica 18 vince in trasferta a Sanremo e si porta ad un punto dalla capolista Vogherese. Segnano Campistri e Moschetti, doppietta, per la gioia dei mille tifosi al seguito. Tra quei mille c'è anche un giovane meccanico di 22 anni, con la passione per la moto, Maurizio Tortorici. Un ragazzo responsabile e ben voluto.
Lo conoscono un po' tutti, abita nel quartiere San Marco, in via Tranquilli. Una via che gli si addice: per la gente è il classico bravo bimbo. È martedì 20. Da giorni Maurizio sta lavorando ad una moto, una Kawasaki X 250. Verso le 13,15 esce di casa: è ansioso di provarla. Passa da via Solferino, al Bar Danila, dove è solito fermarsi, con lui un amico. Prendono via Salvatore Orlando, l'amico si ferma alle Officine Lami, Maurizio prosegue il suo giro di prova, forse accelera, forse impenna. Su quel tratto è in servizio la Volante della Polizia Stradale comandata dal livornese Flavio Pontanari. Nel weekend i carabinieri hanno ritirato 5 patentini, 10 carte di circolazione e sequestrato 25 ciclomotori. Probabilmente Maurizio lo sa, come sa che la sua moto è senza assicurazione. Probabilmente pensa al padre, che ha problemi di salute: non vuole dargli pensieri, non vuole farlo agitare. Alla sprovvista viene colto da tutti questi pensieri. È un attimo, una scelta istintiva, dá gas. Parte l'inseguimento. Dal finestrino della Volante spunta una pistola. In piazzale Zara vengono esplosi due colpi. Una prima sbandata della moto, poi la svolta in via delle Cateratte. La strada si restringe, un camion gli viene incontro, Maurizio lo evita sterzando bruscamente ma perde il controllo, sbanda violentemente e cade. La moto si va ad incastrare nel guard-rail.
Sono circa le 14. Maurizio è a terra, stordito e sulle ginocchia.
Il poliziotto Pontanari, arma in pugno, scende dall'auto. Gli balza davanti, gli punta contro la Beretta ed esplode un colpo che colpisce Maurizio all'addome. Pontanari viene allontanato dal collega, la macchina viene circondata da una folla rabbiosa. Arrivano tre volanti, si fanno strada con pistole e mitragliette. Maurizio nel frattempo viene soccorso da un automobilista che lo porta all'ospedale. L'operazione finisce alle 17.30, così come la sua vita. Per i familiari e i molti amici accorsi è una tragedia immane, ma è tutta la città che si sente ferita.
Nella notte non mancano momenti di tensione davanti alla questura. Il giovedì successivo 5mila studenti scendono in piazza e convergono nuovamente alla questura dove protestano con un sit-in obbligando il Questore a scendere e dare spiegazioni. Allo stadio uno striscione per Maurizio fa il giro del campo. Un altro, Maurizio nel cuore della Nord è steso sopra lo striscione Fedayn.
Partono le indagini, si ipotizza l'omicidio volontario. Ma l'arma è difettosa. Passano 10 anni, Pontanari viene condannato per omicidio colposo. Fa circa due anni, poi la pena è sospesa. Torna a lavorare, prima a Viareggio poi alla questura di Lucca come impiegato civile.
Intanto lo Stato vuole da lui i soldi che ha dovuto risarcire alla famiglia Tortorici. Il Tirreno ne racconta il dramma. In una clamorosa intervista il povero omicida accusa la Polizia stessa di mobbing nei suoi confronti. La mattina del 7 febbraio 2006 sale sul tetto del Tribunale di Viareggio e minaccia di buttarsi di sotto. Si dice disperato perché deve pagare allo Stato 125mila euro. Il giorno dopo Stefania Tortorici, sorella di Maurizio, legge la notizia e scrive immediatamente una lettera: altro che soldi, dovrebbe sentirsi disperato per aver ucciso mio fratello.
Pontanari dice che da quel giorno la sua vita è diventata un inferno.
Ma è sempre la stessa storia, le solite lacrime di coccodrillo. Le armi in faccia continuano ad essere puntate lo stesso, difettose o meno che siano. Ed un brivido corre   sulla  schiena  a
ripensare  alle   parole, raccolte  dai  testimoni, che Maurizio, sanguinante, pronunciò sul selciato:  «Mi hanno sparato.   Non  ho  fatto niente. Muoio...».

 

 

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