dal Quartiere n° 23 - "C'est pour notre jeunesse" Intervista a due ospiti di Villa Morrazzana PDF Stampa E-mail

 

La crisi umanitaria a Lampedusa e l’arrivo dei barconi dalla Tunisia e da altre parti dell’Africa sta tenendo banco in tutta Europa ma in particolare nel nostro Paese. Proteste, preoccupazioni, manifestazioni xenofobe ma anche solidarietà e voglia di capire sono le reazioni che possiamo riscontrare nella quotidianità e in ogni spazio, sia esso un mercato o un bar. Un dibattito che sta imperversando ovunque tanto da far  scemare l’attenzione sulla guerra in Libia e le rivolte in medio oriente, sul disastro nucleare giapponese e i referendum nostrani, sui processi del premier e sulle difficoltà del governo a 360 gradi. Viene naturale il sospetto che, visti i numeri non certo da esodo biblico e la prevedibilità degli eventi, il caos e l’emergenza umanitaria sia stata generata ad hoc. In tutto questo frenetico e spesso isterico scontro rimane sempre più marginale la voce di chi è arrivato in Italia dopo un viaggio lungo e rischioso e giorni di attesa a Lampedusa. Per questo abbiamo incontrato i diretti interessati e gli abbiamo fatto alcune domande circa il loro passato, il loro futuro e la percezione del loro presente. Uno ha 21 anni e parla un po’ di italiano anche se l’intervista è stata fatta quasi tutta in francese, l’altro ha 28 anni e parla solo francese. Il più giovane studiava economia aziendale a Tunisi, l’amico invece viene da un paese vicino a Tunisi e lavorava nell’ambito della sicurezza privata.

Perché siete venuti in Italia?

Veniamo per la libertà e la democrazia, per lavorare ed avere una vita tranquilla, cose che in Tunisia al momento non ci sono.

Qual è la situazione della Tunisia dopo le rivolte e la cacciata di Ben Alì?

La situazione è molto precaria. Il governo non c’è o è poco stabile, siamo in una fase di transizione. Il momento è sempre incerto e le manifestazioni continuano anche se la rivolta vera e propria è finita. In una situazione del genere è quasi impossibile studiare perché ogni giorno le università sono in mobilitazione e il lavoro è sempre più un miraggio. Un lavoratore guadagna 300 dinari (poco più di 200 euro) e non basta a sfamare una famiglia e per i giovani, specialmente quelli istruiti, non c’è futuro nemmeno dopo l’università. Non è un caso che la rivolta (lui la chiama “Revolution”, n.d.r.) sia partita da noi giovani anche se poi si è sviluppata in tutto il popolo in modo spontaneo e senza guida di una parte politica. La gente ha iniziato ad andare in strada e c’è rimasta finchè Ben Alì e la sua banda mafiosa non se ne sono andati. Tuttavia una buona parte del sistema e della burocrazia è sempre in mano alla sua parte. In ogni caso non si butta giù in un giorno una mentalità cresciuta in 23 anni di regime.

Ma allora perché non siete rimasti a lottare in Tunisia per cambiarla voi stessi?

Noi non ci sentiamo di aver tradito la rivolta tunisina o il nostro paese. Noi siamo stati in strada ogni giorno per settimane a schivare le pallottole della polizia tunisina e abbiamo cacciato Ben Alì. A me una pallottola ha sfiorato la testa per pochi centimetri a lui invece gli hanno sparato ai piedi durante una manifestazione (il 28enne ci mostra la ferita al piede sempre da guarire, n.d.r). La rivolta ora è finita e ci vorranno 2 o 3 anni per ripartire e stabilizzarsi ed uscire da un regime dove divieto di espressione e abusi di polizia erano e sono all’ordine del giorno. Noi abbiamo partecipato alla rivolta ma non siamo politici ne’ amici di chi comanda e il nostro futuro rimane incerto. Non vogliamo buttare via la nostra giovinezza.

Cosa pensate di fare ora? Sapete che l’Europa a livello economico e occupazionale sta uscendo con grosse difficoltà dalla crisi?

Sì lo sappiamo. Conosciamo l’Europa, vediamo programmi italiani e francesi specialmente attraverso internet. Usiamo skype e facebook e leggiamo ciò che avviene dalle vostre parti. Sappiamo che c’è la crisi  ma sappiamo anche che in Europa ci sono molte più opportunità e che c’è bisogno di manodopera immigrata. I potenti della terra parlano sempre di globalizzazione, ricchezza, opportunità e spesso vengono nel nostro paese a dirci che da loro è tutto bello e c’è posto per tutti oltre che aver sempre appoggiato il regime corrotto e repressivo (ogni riferimento a Berlusconi è puramente casuale, nd.r.). Sappiamo anche che la Francia con il lavoro e il sacrificio dei nordafricani ha rafforzato la propria economia negli ultimi 30 anni e vedere che Sarkozy chiude le frontiere lo troviamo ingiusto. Siamo disposti a fare qualsiasi lavoro e vorremmo essere giudicati per quello che facciamo. Fra noi tunisini ci sono brave e cattive persone come dappertutto, noi possiamo dire solo che vorremmo un lavoro e una vita tranquilla con una famiglia. Non siamo certo qui a volere fare soldi a tutti i costi.

Cosa pensate di fare con il permesso di soggiorno temporaneo che riceverete nei prossimi giorni?

Avremo un permesso speciale di 3 o 6 mesi. Intanto la cosa principale è trovare un lavoro. Già da ieri, come ha scritto il giornale stamani, abbiamo fatto un giro per capire se ci sia lavoro o meno. Al momento il fatto di non avere un permesso di soggiorno e le difficoltà nella lingua sono degli ostacoli. Abbiamo incontrato gente disponibile che ci ha spiegato come e dove cercare lavoro, altri meno disponibili. In generale cercheremo di andare dove troviamo un’opportunità, anche in Francia o in Germania. Cerchiamo libertà e una vita tranquilla fatta di lavoro e famiglia.

Spezzone di un’intervista tratta dal sito on-line di Senza Soste

 

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