dal Quartiere n° 7 - El Alamein: non c’è niente da commemorare PDF Stampa E-mail


Cos’è la battaglia di El Alamein In questo mese ricorre l’anniversario della Seconda battaglia di El Alamein, che si svolse in Egitto tra il 23 ottobre e il 3 novembre del 1942. Questa battaglia, molto cruenta e sanguinosa, fu combattuta tra le truppe italo-tedesche (i famigerati “Afrika Korps”) e gli Alleati. L’anniversario della battaglia viene celebrato ogni anno dalle Forze Armate, in primis i paracadutisti della Folgore, con l’appoggio dello Stato e delle istituzioni. Le ragioni di una celebrazione ufficiale dipendono dal fatto che, in quell’occasione, 17000 soldati italiani persero la vita. In particolare, la brigata Folgore fu annientata dopo aver combattuto strenuamente contro il loro nemico, che il questo caso erano gli Alleati i quali stavano liberando l’Europa dal nazi-fascismo. Fermo restando l’umano e naturale dolore per qualsiasi vittima della guerra, durante questa ricorrenza, l’“eroismo” e il “sacrificio” di quei soldati vengono esaltati senza mai contestualizzare storicamente l’avvenimento. Non si ricorda mai che quelle truppe italiane combattevano al fianco dei nazi-fascisti, e la loro sconfitta ha significato la libertà di cui oggi godiamo, e la fine della minaccia hitleriana per tutti i popoli del mondo, non a caso definita dagli storici il Male Assoluto.

Le celebrazioni per la commemorazione Purtroppo invece ogni anno, centinaia di militari, accompagnati da altrettanti nostalgici, invadono Livorno, e nelle ultime edizioni vengono addirittura impiantati veri e propri accampamenti bellici con mezzi blindati alla Rotonda d’Ardenza, dove persino i bambini sono spinti ad “ammirare” gli strumenti di morte utilizzati in guerra. Purtroppo, anche l’amministrazione della nostra città, concedendo spazi pubblici, è complice di questo brutto esempio di pedagogia infantile. Ogni volta, i governanti di turno, insieme ai capi dell’esercito, non si lasciano sfuggire l’occasione per giustificare e ammantare di retorica e gloria le attuali missioni di pace dei nostri ragazzi, sfruttando la commozione di una platea di parenti e discendenti dei caduti di oggi e di ieri. Peccato che, oggi, nel 2009, anche i bambini sappiano benissimo che in Afghanistan e in Iraq siamo e siamo stati in guerra, difendendo interessi economici e geopolitici, così come praticamente tutti gli italiani, sia di destra o di sinistra, sono stufi di vedere spendere miliardi e versare sangue in inutili occupazioni militari, quando invece nell’indifferenza generale, ogni giorno sono almeno 3 le morti bianche in Italia sui posti di lavoro. Ma gli autori di questa disonesta quanto abile distorsione della Storia contemporanea non si limitano a questo: chiunque provi a riportare il senso delle cose alla giusta interpretazione dei fatti, qualunque voce critica viene aggredita e tacciata di antipatriottismo, di disumanità per i caduti, di spirito anti-italiano. Compreso chi cerca di ricordare alle masse inebetite dalla pompa magna mediatica che, in una democrazia nata dalla sconfitta del nazifascismo, attraverso una Costituzione scritta dai protagonisti della Resistenza, non ha senso commemorare con “dolore” la sconfitta delle truppe nazi-fasciste di Hitler in una battaglia strategica per la vittoria finale degli Alleati.  Secondo questo ragionamento, bisognerebbe allora commemorare pubblicamente anche l’audacia, il coraggio e lo sprezzo della morte dimostrate in svariate occasioni dalle terribili SS tedesche… anche loro hanno resistito combattendo fino all’ultimo come la Folgore italiana a El Alamein, eppure a Berlino non c’è alcun monumento ai caduti delle SS.

Un po’ di storia Ad esempio pochi sanno che ci sono state due battaglie di El Alamein. Durante la prima, avvenuta alcuni mesi prima, i soldati italiani si  distinsero per “eroiche” gesta,  descritte nel diario del generale Olivaride Mouhamed, capo della resistenza beduina: “Nella battaglia al fianco dell' Afric Korps si fecero notare 3 valorosi soldati italiani la cui popolazione locale non dimenticò facilmente, difatti vennero ricordati per la loro crudeltà e tenacia; […] Si trattava di Garbarinit Gianluca […] che si mise in luce per la sua abilità di cecchino, […] si racconta che nascosto su un altopiano uccise quasi 11 nemici e seminò la zona di terribili Bouncing Betty (mine a pressione) che negli anni seguenti uccisero altrettanti civili; Cirili Nicola […] si fece ricordare per il triste primato di crimini di guerra di 8 indigeni […]; Borgi Leopoldo che in un solo giorno uccise 14 ribelli” Ma basterebbe ricordare anche che ci sono stati grandi patrioti e martiri della libertà che, negli stessi anni, non solo hanno contributo a cacciare l’invasore tedesco dal nostro paese, ma che sono andati a combattere l’esercito di Mussolini in Africa, a fianco di popoli lontani ma uniti a noi dall’oppressione del regime fascista. Chi tra questi eroi partigiani è sopravvissuto, ha poi scritto la nostra Costituzione, sulla quale gli attuali governanti e ministri spergiurano durante la cerimonia dell’insediamento.

Un eroe livornese: Ilio Barontini in Africa Qualcuno penserà, ma cosa c’entra tutto questo con Livorno e il quartiere Pontino? C’entra perché la Costituzione non l’hanno guadagnata e scritta i Folgorini morti accanto ai tedeschi, ma gente come Ilio Barontini, livornese e abitante di questo quartiere. In questo articolo vogliamo ricordare la sua difficile missione in Somalia, nazione martoriata da una storia difficile fatta di invasioni, dominazioni sanguinarie e stragi civili. Somali, Etiopi ed Eritrei, purtroppo, a causa di queste vessazioni, ad oggi non trovano ancora pace. La loro patria è molto più a sud di El Alamein, ma oggi è gente molto vicina a noi, se consideriamo, ad esempio, la numerosa comunità somala ed eritrea livornese, composta nella stragrande maggioranza da rifugiati politici. Ilio Barontini, nel 1938, decise di andare laggiù, insieme a allo spezzino Bruno Rolla e il triestino Anton Ukmar  per aiutare questa gente a liberarsi dall’ “impero” fascista. Malgrado il pugno di ferro di Graziani, l’Etiopia era ben lontana dall’essere sottomessa. Barontini, Rolla e Ukmar avevano un lasciapassare del Negus e lettere di accompagnamento per gli alleati dell’imperatore. I tre erano chiamati i “tre apostoli”, Barontini era “Paulus”, Rolla era “Petrus” e Ukmar “Johannes”. C’è di più. Il Negus dette a Barontini il ruolo di consulente del governo provvisorio alla macchia e il titolo di vice imperatore. Barontini e gli altri due “apostoli”, che agivano in zone diverse, predicavano l’unità delle razze e delle coscienze. Riuscirono ad infondere il senso del nazionalismo. Non era mai accaduto nell’Africa tribale. C’era una fame terribile anche allora, in Etiopia. Per non pesare sulle tribù, Barontini faceva mangiare ai partigiani i coccodrilli. La polizia italiana seppe di Barontini e presto si sparse la voce di questo capo bianco che dirigeva la resistenza. Misero una taglia sopra la sua testa e fecero circolare la sua foto. Ma “Paulus” aveva una gran barba. Era irriconoscibile. Comunque andarono vicini alla sua cattura. Un capo tribù arrivò al comando di “Paulus” con i suoi uomini e chiese di entrare fra i partigiani. Poche ore dopo tentò di saltare addosso a “Paulus”, ma “Paulus”, che stava sempre in guardia e non dormiva due notti di seguito nel medesimo posto, evitò la tagliola e le suonò al traditore.  Anche qui ci sono degli italiani che combatterono contro gli italiani. Oggi è chiaro che la spedizione in Etiopia fu un errore, un dispendio inutile di vite, di capitali. Che poi gli italiani agli ordini di Graziani e quelli che scesero laggiù per lavorare, fossero quasi tutta brava gente, è un altro discorso. Tanto è vero che Barontini non volle mai che fosse torto un capello ai soldati italiani caduti prigionieri. E tanti italiani sono rimasti nelle tribù, di loro volontà, dopo essere stati fatti prigionieri.

 

Prossimi Eventi

Non ci sono eventi al momento.

Archivio "Il Quartiere"

Corso Canto Popolare




Powered by Joomla!. Designed by: joomla templates vps hosting Valid XHTML and CSS.