dal Quartiere n° 12 - Un po’ di storia di Livorno….La data storica del mese...22 marzo 1933 : il funerale di Mario Camici. Tradizioni remiere e antifascismo PDF Stampa E-mail

 

 

Il gozzo dell'OVOSODO è intitolato a Mario Camici

 

In pieno regime fascista il funerale del compagno Mario Camici si trasformò in una grandiosa manifestazione antifascista che sfilò nelle vie di Livorno senza che gli squadristi potessero intervenire. Nei giorni seguenti si scatenò la repressione fascista che colpì duramente molti livornesi.

Scitto da  NOCCHI ALCIDE il 16 MARZO 1959

L’amnistia del 1932

Fu in occasione del decimo anniversario della marcia su Roma che Mussolini, in un discorso pieno di bolsa retorica, annunciò dal balcone di piazza Venezia che avrebbe concesso una amnistia, dimostrando così la magnanimità   del  regime   verso i  traviati e gli immemori che, secondo lui, non avevano  ancora  compreso  la grandezza del fascismo. Nelle Isole di confino e nelle galere italiane già si sapeva che prima o poi ci doveva essere una amnistia, ma non per la magnanimità del regime ma soprattutto perché nelle carceri e nelle isole eravamo stivati come le sardine nei barili e il tribunale speciale non rivinceva a fare i processi, quindi, era necessario vuotarle per riempirle, perché fu in quel tempo la grande offensiva dell'antifascismo italiano contro l'infausto regime. Fu nel novembre del 1932 che molti antifascisti livornesi furono prosciolti dal carcere dopo averci passato molto tempo. Ritornavo nella mia Livorno dopo aver trascorso tre anni nell'Isola di Lipari e mi misi in contatto con i compagni reduci dai vari penitenziari per potenziare l'organizzazione del partito Comunista a cui grandissima parte di noi appartenevamo. Nelle riunioni, che in seguito facemmo, ci accorgemmo che i compagni rimasti a casa ci ascoltavano con grande interesse era quindi evidente che in noi era avvenuto un certo cambiamento che derivava dall'avere acquisito una certa cultura a contatto dei compagni intellettuali conosciuti nelle varie carceri.

Mario Camici

Purtroppo se la nostra conoscenza di operai d'avanguardia si era maggiormente rafforzata, molti uscirono ammalati per la sofferenza e le torture subite negli interrogatori di terzo grado che gli agenti dell'OVRA usavano verso di noi. Fra questi si trovava il compagno Mario Camici uscito dal carcere minato dal male ai polmoni e nonostante ciò ancora fiero ed ancora ben combattivo. Veniva dal carcere di Civitavecchia dove conobbe molti compagni i quali evidentemente, contribuirono in gran parte a rafforzarne la fede. Avrebbe dovuto curarsi, ma invece riprese il lavoro per mantenere i suoi piccoli tre figli, poiché la moglie non avrebbe potuto farcela da sola. Passarono così quattro mesi, dal giorno del nostro arrivo quando Mario peggiorò e dovette essere ricoverato in Ospedale. Nonostante le cure prodigategli dai sanitari, la sua forte fibra si indeboliva giorno per giorno. Parenti amici e compagni furono mobilitati per raccogliere i fondi per fargli fare un consulto fra professori. A nulla valsero le cure prodigategli e visto che ormai non c'era più rimedio fu trasportato a casa del padre in via della Coroncina. Fu scelta questa abitazione, su consiglio di parenti e compagni, perché in quel rione il compagno Camici era nato e contava molta simpatia dalla popolazione. Egli abitava nei pressi del Cimitero ed un trasporto laggiù sarebbe stato del tutto,insignificante. Dopo aver tentato una ultima trasfusione, la sera verso mezzanotte del 21 Marzo 1933 il nostro caro compagno spirò fra le braccia della moglie.

L’organizzazione del corteo

La casa era piena di compagni fra cui molte donne, ed in strada amici e conoscenti sostarono fino a notte inoltrata. Passati i primi attimi di sbigottimento fu deciso di comporre la salma e poi costituire un comitato che si fosse interessato a fare tutto il possibile che la questura non sapesse, altrimenti lo avrebbero portato loro al Cimitero sotto scorta di carabinieri. Dovevamo fare in maniera che i funerali dovessero essere imponenti e tolto il personale per la veglia, ci lasciammo col proposito di trovarci l'indomani dopo aver svolto il lavoro assegnatoci. L'indomani mattina tutta Livorno antifascista sapeva della morte del compagno Camici. Fu stabilito che il trasporto avvenisse nel tardo pomeriggio dello stesso giorno per dare la possibilità a tutti i compagni che lavoravano nei vari stabilimenti di prendere parte ai funerali. Per tutto il giorno uomini e donne in modo continuo venivano a visitare la salma nella sala parata a camera ardente ed ognuno gettava sul feretro un garofano rosso. La folla sostava nella strada e non era escluso che qualche poliziotto avesse notato quella ressa insolita, ma furono presi tutti gli accorgimenti perché la polizia non si accorgesse di quello che stava avvenendo. Evidentemente se la questura avesse subodorato qualcosa la manifestazione che ci eravamo preposti di fare sarebbe fallita. In questo modo arrivammo all'ora del funerale. Nessuna corona e nessuna bandiera ma una folla enorme si avvicinava alla porta di strada mentre i militi della Pubblica Assistenza salivano al secondo piano per prendere la salma del nostro compagno. Arrivati al portone, i militi dovettero fare un tratto di strada a piedi prima di arrivare al carro funebre, fu in questo momento che la folla alzò il pugno in segno di saluto gettando garofani rossi sulla bara, molte donne piangevano e gli uomini inflessibili si rendevano certamente conto della maestosità del momento. La nostra commozione era al colmo, certo ci rendevamo anche conto della responsabilità che ci eravamo assunti e in un certo senso come sarebbe andata a finire. Dei fascisti nemmeno l'ombra, ammettendo anche che ci fossero stati, in quel solenne momento non gli era conveniente disturbare.

Un lungo corteo sfila per le vie di Livorno, i fascisti rimangono nascosti

II feretro, si incamminò per via Bartelloni imboccando via Buontalenti e proseguì così verso il Cimitero passando da Piazza Carlo Alberto ed il popoloso quartiere antifascista di Via Garibaldi. Davanti al carro funebre furono messi un discreto gruppo di compagni pronti a respingere qualunque provocazione, se malauguratamente per i fascisti avessero voluto tentare. II grosso della popolazione seguiva il corteo. Ai lati della strada una fitta ala di folla commossa assisteva al passaggio per tutto il tragitto. Fu una cosa grandiosa, e fu anche chiaro che a questo punto le autorità si erano accorte che la manifestazione di cordoglio di trasformò in una manifestazione antifascista. Ma purtroppo era troppo tardi per intervenire gli fu più conveniente lasciar passare. Arrivati in Piazza S. Marco, dove generalmente i cortei funebri si sciolgono, furono individuati da alcuni compagni un centinaio di fascisti armati di manganelli mazze ferrate, nascosti nei portoni e dietro le cantonate delle strade adiacenti. La loro intenzione era evidente che non potendo attaccare il grosso, stavano in attesa per vedere se alcuni gruppi isolati si fossero  staccati dalla piazza stessa. Avuto sentore di questo, fu deciso di passare la voce a tutto il corteo di proseguire per il Cimitero e che nessuno si staccasse isolato, che in questo modo avremmo avuto la meglio, nell'eventualità di un conflitto con i fascisti, poiché il Cimitero era molto lontano dal centro della città con i campi che lo attorniavano e poi si faceva notte. Così fu fatto ed i fascisti non si mossero, almeno per quel momento, non gli convenne. Arrivati all'obitorio e deposta la salma nella stanza mortuaria, decidemmo di tornare in città tutti assieme ed incolonnati. Decidemmo tutti d'accordo, che se i fascisti ci avessero attaccato, avremmo dato loro una sonora lezione da fargliela ricordare per molto tempo. Furono spogliate le siepi dai paletti di protezione col filo spinato moltissimi si armarono di pietre. Arrivati di nuovo in Piazza S. Marco qualcuno ci disse che alcuni cittadini si erano staccati dal corteo all'andata ed erano stati brutalmente aggrediti e manganellati. Era prevedibile che quei vigliacchi avrebbero agito così anche verso di noi. La reazione da parte nostra fu immediata, non potendo restituire il male che avevano fatto ai nostri compagni, imboccammo la via Palestro al canto dell'Internazionale. Molta gente sbigottita più che sorpresa sgattaiolava nelle vie adiacenti, molti negozi chiusero, qualcuno dalle finestre applaudiva. E dei fascisti nemmeno l'ombra. Quella gentaglia usa ad andare in venti contro uno, anche questa volta non si era fatta viva. Arrivati in Via Garibaldi, fulcro dell'antifascismo livornese, il corteo ebbe fine ed ognuno tornò a casa sua. L'indomani mattina, quattro compagni ed una donna assistettero alla Cremazione della salma. In città la gente non faceva che parlare dell'avvenimento e per tre o quattro giorni tutto andò bene.

Nei giorni seguenti si scatena la repressione

Certo che in questo silenzio da parte della questura e dei fascisti ci dava da pensare che qualcosa bollisse in pentola. Incominciarono i primi arresti a notte inoltrata venivano per le case ed alla chetichella, ci portavano al carcere. Quando il carcere fu pieno superando di molto la sua capacità normale, riempirono tutte le questure e molti furono inviati al carcere di Pisa. Rastrellata in questo modo la città e quindi avere rinchiuso tutta l’avanguardia del proletariato livornese, i fascisti scatenarono il loro livore e la loro rabbia per la sconfitta subita, contro gli inermi cittadini molti dei quali non avevamo nessuna colpa. Seguirono giorni di terrore, molti furono i feriti piuttosto gravi che dovettero ricorrere alle cure ospedaliere, dove dopo averli curati gli inviavano al carcere. Gli agenti dell'OVRA si misero subito in moto per fare interrogatori onde vedere se riuscivano a scoprire gli organizzatori per inviarli al Tribunale Speciale. Sopratutto cercavano di sapere chi erano quelli che insieme ad una donna erano al cimitero la mattina dopo il trasporto .Tempo perso, perché dopo circa due mesi dovettero scarcerare tutti per non avere trovato il filo dell'organizzazione. Tutti meno che tre e cioè il compagno Lenzi Oreste, il compagno Pedini Venturino, che il giorno del corteo era a letto ammalato per un attacco di nefrite e l'anarchico Malacarne Nello reduce dall'Isola di Lipari i quali pagarono purtroppo due al confino ed uno l'ammonizione.

"Nocchi Alcide, nato a Livorno il 24/04/1900 residente ivi -carpentiere, coniugato con prole -attivo dal 1919 -licenziato politico dai Cantieri Orlando, diffidato nel Novembre 1927 -arrestato il 30/04/1930 per organizzazione Comunista -il 04/06/1930, confinato per cinque anni –Subisce diversi mesi di carcere per trasgressione alle leggi sul Confino di Polizia  prosciolto per amnistia il 04/11/1932 -Arrestato il 22/01/1935 quale capo del Comitato Sindacale Comunista di Livorno, condannato dal Tribunale Speciale Fascista il 06/03/1936 a sei anni di reclusione -"ospite"del Carcere dì Fossano (con matrìcola 9240) dal 04/06/1936 al 23/02/1937, liberato per amnistia vigilato speciale fino al 1943 -Partigiano combattente nella resistenza livornese -Dopo la Liberazione fu fra i fondatori e membro del Consiglio della Compagnia Portuali." Note biografiche tratte da: Le loro prigioni. Antifascisti nel carcere di Fossano, a cura dell’ANPPIA di Cuneo, Edizioni Gruppo Abele Torino, 1994.

A PROPOSITO DI TRADIZIONI REMIERE E ANTIFASCISMO

A Mario Camici è intitolato il gozzo del rione Ovosodo. Il Camici era nato e vissuto in Piazza Cavallotti, nucleo dell’Ovosodo.  Le  tradizioni  remiere livornesi  si intrecciano  sempre  con la  storia  antifascista della nostra città.  Qui  accanto il gozzo  dell’Ovosodo su l quale, in altro a sinistra,  si legge  M. Camici.

 

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