dal Quartiere n° 14 - Un po’ di storia di Livorno…Primo maggio al Cisternino di Alcide Cafferata PDF Stampa E-mail

A tanti anni di distanza, quando si parla del Ventennio di dittatura si sottovaluta spesso la forza dell’opposizione antifascista e si finisce col dimenticare centinaia di episodi, grandi e piccoli che tale opposizione caratterizzarono in tutte le province d’Italia. A Livorno, dopo quasi 3 mesi di potere fascista e di feroce repressione popolare, le schiere di antifascisti organizzate andavano sempre più riducendosi per la selezione dei più fidati che le circostanze imponevano. Questo però, non significò affatto che la maggioranza della popolazione (Livorno è un centro eminentemente operaio) cessasse di rispondere a ogni appello di lotta, a ogni iniziativa dell’antifascismo organizzato. Nonostante l’attentissima vigilanza dei fascisti e della polizia, nonostante le continue violenze, operate impunemente dalle squadracce allo scopo di intimidire, spesso si venivano a creare situazioni obiettive in cui nessuna forza, se non a costo di clamorosi scontri frontali, poteva opporsi alle manifestazioni antifasciste. Esempi del genere si verificarono sempre ogni volta che si decideva di tenere comizi volanti all’avvicendarsi dei turni operai nelle officine e nei cantieri. Queste azioni avvenivano molto spesso, i fascisti lo sapevano, la polizia pure, ma non c’era caso che intervenissero. Anzi, i fascisti che si trovavano fra gli operai, che subito si stringevano intorno all’improvvisato oratore, si affrettavano a tagliare discretamente la corda. Che poi si perseguisse isolatamente questo o quello operaio per aver partecipato alle manifestazioni “sovversive” era una riprova del fatto che le autorità fasciste non si sentivano ancora abbastanza forti per misurarsi frontalmente con l’unità antifascista di migliaia di operai livornesi.

 

Nel 1925 i fascisti decisero di dare grande risonanza alla ricorrenza del 21 Aprile e a questo scopo mobilitarono le proprie forze. Volevano mostrare a tutti i “ribelli” che ormai comandavano loro, che l’opposizione della maggioranza dei livornesi sarebbe stata troncata. Loro avrebbero festeggiato il fascistissimo 21 Aprile, mentre noi non avremmo potuto fare lo stesso per il 1° Maggio.

 

Decidemmo invece di dare alla festa dei lavoratori una risonanza clamorosa. Come località della manifestazione scegliemmo il Cisternino, a circa 3 Km dal centro. In una prima riunione raggiungemmo gli accordi di massima; ciascuno dei partecipanti, poi, ne convocò altri per mettere a punto l’esecuzione dei compiti che gli erano stati affidati. Tutti insieme ci adoperammo per passare la voce al maggior numero possibile di lavoratori. I dirigenti della Camera del Lavoro Ilio Barontini, Dino Frangioni, De Carpis si incaricarono della zona industriale e del porto. L’oratore ufficiale fu trovato nel deputato comunista di Messina Lo Sardo, figura simpaticissima, che aveva una strana somiglianza con l’onorevole Emanuele Modigliani e per la mole e per una barba addirittura esuberante. Stabilito il luogo, fissata la data, precisata l’ora, assicurato l’oratore, non mancava che convogliare alla manifestazione il maggior numero possibile di cittadini.

 

La voce dell’iniziativa, partita dalla prima riunione preparatoria, si era diffusa e sparsa come una macchia d’olio. Chiunque ne veniva a conoscenza la comunicava ad altri. Con cautela, certo, ma non senza provocare lo stesso effetto che se avessimo affidato la notizia ai manifesti murali. Non era possibile che i fascisti, che la polizia, non sapessero e non volevamo che venissero a interromperci sul più bello. Il comitato organizzatore, perciò convocò una trentina di antifascisti particolarmente fidati e decisi. Una squadra di dieci uomini avrebbe sorvegliato il passaggio a livello sulla strada che dalla stazione porta fuori città; un’altra di pari forza si sarebbe appostata al passaggio a livello della “cigna” su una via parallela, che, in prossimità del “Cisternino”, confluiva dalla prima. Gli altri dieci uomini avrebbero scortato l’oratore e ne avrebbero costituito la guardia del corpo. Tutti armati di rivoltella, avevano ordine di far fuoco sui fascisti se fossero venuti per impedire la manifestazione. Il pomeriggio del 30 Aprile, puntualmente, l’onorevole Lo Sardo giunse alla stazione, ricevuto da un gruppo di amici che lo scortarono all’albergo “Giappone”. La mattina successiva le signorine Papi e Romboli, due giovani antifasciste, giunsero all’albergo su una vettura a cavalli guidata da persona fidata; prelevarono Lo Sardo e lo condussero senza inciampi al “Cisternino”.

 

Per un largo tratto la zona fissata per il convegno offriva uno spettacolo insolito: decine e decine di gruppetti si spostavano a passo stanco attraverso i prati, senza meta in evidente attesa di qualcosa che doveva accadere. Quando l’oratore si issò sul tavolo che gli era stato approntato come podio, gli strani passeggiatori sveltirono il passo e puntarono verso di lui. In breve parecchie centinaia di persone affollarono lo spiazzo, premendosi l’un l’altra per non perdere una parola del discorso. Furono parole amiche, quelle che sentirono, parole di incoraggiamento alla lotta, parole di fede. Quando, irrefrenabile, scoppiò il primo applauso, spontaneo, senza ritegno, avemmo l’impressione di essere stati trasportati in un mondo irreale, lontano mille miglia dalla triste realtà del regime fascista. Per un poco risentimmo il sapore della libertà. Tutto andò liscio come l’olio. La manifestazione si chiuse con un ultimo applauso e con ordine i presenti presero la strada di casa. L’onorevole Lo Sardo rimontò in carrozza con le accompagnatrici e tornò a Livorno non all’albergo, ma per precauzione, a casa di Dino Frangioni sulla provinciale Pisana.

 

Dei fascisti neppure l’ombra. Mezz’ora dopo che il “Cisternino” era rimasto deserto , giunsero su un camion i poliziotti, una cinquantina. Se la presero con qualche passante occasionale, ma non approdarono a nulla. Decisamente il nostro era stato un gran successo. Avevamo festeggiato il 1° maggio con un comizio.  Centinaia di persone vi erano accorse e vi avevano trovato di che rafforzare la propria decisione nella lotta, la propria fede antifascista. I fascisti non avevano avuto il coraggio di intervenire, avevamo mostrato quanto sentissero  la debolezza delle proprie posizioni in una città che non li tollerava e aveva deciso di combatterli fino alla fine.  

Alcide Cafferata, autore di “ Il primo maggio al Cisternino”, era un noto commerciante livornese, dirigente del Partito Repubblicano, militante antifascista. Subì numerosi arresti ma non riuscirono mai a formulare un atto di accusa per poterlo deferire al “Tribunale Speciale”.

 

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