dal Quartiere n° 16 - Luciano Botti, "collezionista di sogni" PDF Stampa E-mail

 

Il seguente pezzo ci è stato mandato da uns lettrice del “Qurtiere” ed è tratto dal catalogo "Collezionista di sogni" a cura di Ivo Lombardi  (Debatte, Livorno) Presso la Galleria Peccolo, piazza della Repubblica 12, è allestita la mostra della collezione di opere di Luciano Botti.


Nel nostro quartiere, esattamente in via Terrazzini, ha vissuto per tutta la sua vita, e fino a poco tempo fa, Luciano Botti. Roberto Peccolo, della Galleria Peccolo di Piazza della Repubblica, lo ricorda così:  "Per chi lo conosceva incontrandolo sporadicamente durante le mostre, i concerti, al cinema o a teatro Luciano Botti appariva un uomo simpatico e ben informato sulle cose; una persona che coltivava le sue conoscenze sugli argomenti e sugli avvenimenti, qualsiasi fosse il campo artistico, insomma quello che, una volta, avrebbero definito un uomo di "cultura". Infatti lui continuava ad aggiornarsi incessantemente, approfondiva le cose che conosceva già o ampliava quelle a cui iniziava ad interessarsi. Luciano seguiva le lezioni sulla Musica e la sua Storia che il prof. Daniele Salvini teneva per l’Università della Terza Età nelle aule di una Scuola media non lontano da Piazza della Repubblica e spesso rientrando dalla lezione si fermava a vedere la mostra che avevo in Galleria e mi rispiegava con entusiasmo quanto aveva appena appreso.Ma oltre a tutte queste sue passioni aveva una qualità insostituibile: era un “goloso” e una persona curiosa che si lasciava coinvolgere totalmente e nel profondo dal quello che scopriva. Così nasceva il suo amore per i libri d’arte, per i vecchi film che amava molto e soprattutto era anche un appassionato collezionista di arte contemporanea. Le sue passioni pittoriche sono transitate dalla pittura informale, dagli anni 50-60 in poi, a quella della Pop Art italiana, fino alle recenti generazioni del terzo millennio più Concettuali o di Trans-Avanguardia. Ma un Collezionista, specialmente di opere d’arte contemporanea, dovrebbe essere qualcosa di più della somma delle quotazioni delle opere da lui possedute. E Luciano Botti infine lo è stato; è andato ben oltre e più lontano dell’ostentazione dei “valori” economici che rappresentavano i suoi quadri. Niente a che fare con il tipo di collezionista che ci viene sempre più spesso descritto negli articoli specialistici e sulle riviste “patinate” di questi ultimi anni,  colui cioè che cerca di possedere il maggior numero di “capolavori”, di avere i Top Ten, della classifica redatta dalla rivista più “in” del momento. Luciano era animato da una grande passione, l’ossessione, fino a rasentare, forse la “malattia”, per l' arte.  La sua raccolta, costituisce una “presenza”, una testimonianze di vita, che diventa “palpabile”, all’unisono con le opere. Nel concludere questo mio scritto nella duplice qualità di promotore per alcune, poche, presenze in questa Collezione e, oggi, nella veste di ospite sulle pareti della mia galleria che funge da sostitutivo alle pareti della casa dell’amico Luciano non posso che formulare un auspicio o quantomeno suggerire l’illusoria ipotesi che una tale raccolta anziché finire dispersa e nell’oblio, com’è capitato a tante altre cose nella nostra città, possa venire accolta, tenuta unita e ospitata in uno spazio aperto al pubblico e agli specialisti. E magari anche ulteriormente arricchita nel tempo per una migliore conoscenza per le prossime generazioni sugli avvenimenti culturali succedutisi nel nostro territorio. Realizzare questa idea non sarebbe poi un grande dispendio economico e di energie, in una città che da molti anni spende troppo e male per conservare e proteggere con premi, mostre e libri una cultura divenuta ormai il fantasma di se stessa e alla quale, oggi, non è rimasto altro che il vacuo orgoglio di dichiararsi un “prodotto del territorio”. Collezionare opere d’arte contemporanea non è poi, in fondo, che l’arte di raccogliere parti della memoria personale inserita in una storia collettiva in via di formazione e quindi vissuta o appena passata. E, per di più, è la strada migliore per indicare ad ognuno di noi il dovere inappellabile di conservare prima per poter divulgare poi ".

 

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